Allegri ingranaggi

Come ogni sera, faccio un ultimo giro della stazione, prima di mettermi a dormire. Mi copro, perché da fuori il vento gelido si fa sentire, nonostante gli schermi davanti al canale di conduzione. Dalla sala controllo, in pratica il mio appartamento, una doppia porta scorrevole dà sulla scala di metallo che conduce all’Area Parcheggio. Tutta la stazione consiste in questi due ambienti. In uno sto io, nell’altro il nulla.

Mi hanno assunto ormai da quasi due anni. La convocazione arrivò con una e-mail ufficiale firmata dal Supervisore in persona. Si diceva che, a causa dell’automazione di molte procedure nella sede principale, e della contemporanea apertura di numerosi nuovi centri di controllo nell’area, era necessario un uomo per la Vetta 15. E io ero l’uomo ideale, mi scrissero. I miei compiti: stare seduto a fissare una decina di monitor di fronte a me, rispondere al telefono, controllare il pannello allarmi, verificare lo stato dei sistemi e, se necessario, inoltrare richiesta per le procedure di auto-manutenzione; infine, assicurarmi, nel caso di arrivo di qualche velivolo, del corretto parcheggio dello stesso. Il problema è che velivoli, qui, non se ne vedono da più di un anno e mezzo.

All’inizio c’era un po’ di attività, anche fino a dieci parcheggi giornalieri; il tempo passava. Poi gli arrivi cominciarono a farsi rari. Sembra che la concorrenza sia spietata. Offrono un servizio migliore, in punti d’attracco più accessibili, a un prezzo minore. Alla fine, non è che mi importi tanto, mi pagano molto bene. Certo, sono da solo e non faccio quasi nulla tutto il giorno. Questo è lo svantaggio. Oltre a non sapere cosa farmene dei soldi che ricevo. Ma la vita tranquilla mi piace.

Una volta avevo una moglie. In teoria dovrei ancora averla. Quando vennero a casa gli ufficiali, per portarmi alla stazione, le dissi che magari mi avrebbero dato dei periodi di congedo, che ci saremmo comunque sentiti per telefono, di non preoccuparsi. Poi quegli uomini in completo nero e grandi occhiali da sole mi invitarono a seguirli. Forse mia moglie lo avrà fatto per i primi tempi, preoccuparsi dico. Ormai, ogni volta che la chiamo, la nostra conversazione si svolge più o meno così: Ciao, Ciao, Come va?, Bene, tu?, Non c’è male, A casa?, Tutto ok, adesso ti saluto, ok?, Sì, ciao, ci sentiamo, Ciao.

Forse ha trovato qualcun altro disposto a coprire il posto vuoto nel letto. Non gliene potrei fare un torto.

Non tocco una donna da tempo. Qui non ci sono neanche puttane. I soldi li avrei, l’accredito arriva puntuale, ogni trenta giorni, con notifica attraverso il sistema di posta interno. Ma non c’è modo di procurarsi una femmina, tutte le chiamate in uscita verso i numeri della Divisione Esigenze Primarie dell’Ufficio Gestione Sociale sono disabilitate. Cazzo.

Mi è rimasto solo il porno-sharing. Quelle donne e quegli uomini che si contorcono animaleschi sullo schermo del computer principale, sintetici, fatti di 0 e 1. Voglio una puttana vestita di nero, con una parrucca rossa in testa.

L’area parcheggio è deserta, i segnaposto brillano ad intermittenza, inutilmente. Verifico il funzionamento di tutte le camere di sorveglianza, normali e termiche. I led dei sistemi di ritenuta fissi su “STATUS: OK”.

In tv non c’è mai niente: da quando il Sistema di Trasmissione Unificato è lo standard, solo propaganda, tribune politiche con presentatori di parte, documentari su animali del cazzo sperduti in chissà quale angolo dell’universo, vecchi film che ho visto già troppe volte. Tirarsi una sega guardando un fanta-western. Poco soddisfacente. Un poco meglio se accompagnato da una dose di Eye-Red-D. Ti lascia solo leggeri capogiri per qualche ora, ma per il resto è una meraviglia.

Da un po’ ho cominciato a parlare con Dio, mi sa. O qualcosa di simile. La prima volta credo sia stata mentre re-linkavo un video con protagonista Sasha Grey, pornostar di un tempo, molto carina.

«Preferisco Sonia Red» credo siano state le sue parole.
«Non è malaccio ma… ma chi cazzo è che parla?»
«Si vede che non stai in giro da un po’.»
«Eh, che scoperta, sei Dio forse?»
«Per servirla. Live from il servizio di interfono delle stazioni.»
«Oh Cri… scusa.»
«Sereno, fratello.»

Ho finito il mio giro. Torno nella sala di controllo. Apro il frigorifero, le birre scarseggiano, dovrò fare un nuovo ordine domani. Intanto ne prendo una e la apro. Mi distendo, poggio la bottiglia scura sul piccolo comodino dove la birra va a fare compagnia all’ultima dose di Eye-Red-D, un preservativo scaduto, una rivista di cinema, un libro sgualcito e gli ultimi report della stazione, sempre uguali, sempre ottimi.

Il soffitto grigio è l’ultima cosa che vedo prima di addormentarmi., ogni sera. Che io ricordi, Dio non mi ha mai parlato in sogno. Certe volte però, mi sveglio di colpo, mi metto a sedere, e il naso sanguina.

Dr Vero

Avanti, muovi l’alluce…

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