La postazione

Sono fermo nella stessa posizione da ore. Non so più quante. Il dolore al ginocchio destro è passato e le mani non tremano più. Continuo a non muovermi. Rimango immobile nella mia postazione. Invisibile. Impalpabile.

La porzione di mondo che sto osservando mi scivola veloce davanti agli occhi, dettaglio dopo dettaglio, monotona e piatta. Ho imparato a memoria ogni sfumatura della strada, le facce dei commessi, il colore delle auto parcheggiate lungo i marciapiedi, i caratteri delle insegne illuminate, il numero delle finestre dei palazzi, il numero dei mattoni sui muri, la varietà di frutti esposti sugli scaffali, la taglia dei vestiti sui manichini di legno, le facce delle persone che hanno attraversato il mio campo visivo. Se chiudo gli occhi ogni cosa prende rapidamente il suo posto e corre come ammaestrata verso il suo angolo per comporre l’immagine. So che il mio spirito d’osservazione è ipersviluppato. Non potrebbe essere altrimenti. Nelle ore in cui aspetto immobile nulla mi sfugge. Ho aspettato anche per giorni, senza muovermi, fissando nella mente tutti i particolari che mi stavano davanti. L’unico passatempo era ricostruire l’immagine perfetta di quello che vedevo dalla mia postazione.

Il mio compito è questo. Aspettare e memorizzare. Aspettare e aspettare, senza sapere per quanto tempo.

Mi gratto con delicatezza il mento. La barba ispida emette un rumore ruvido e piacevole. Cerco di rilassare i muscoli e sciogliere i legamenti, per alleviare il dolore che questa posizione infligge al mio corpo. Cerco di ignorare la fame che mi spacca lo stomaco.

Con il tempo si impara a gestire il proprio corpo e le sofferenze fisiche. Io addomestico la sofferenza, con pazienza e disciplina. Non ho altra scelta. Allontano il sonno. Rimango sveglio e vigile. Osservo e osservo, senza muovermi.

Vedo una donna passare con il suo passeggino. Ha i tacchi alti. Immagino il suo profumo, la morbidezza delle sue labbra e chiudo gli occhi per una frazione di secondo. Sento la mia solitudine scivolarmi sulla pelle e cadere giù, oltre il parapetto grigio. Con me non c’è nessuno, non c’è mai stato nessuno. Mi ostacolerebbe. Mi impedirebbe di fare quello che faccio. Questo non è un lavoro per chiunque. Bisogna imparare a gestire la solitudine. Godere del proprio isolamento, delle potenzialità di concentrazione assoluta del silenzio. Bisogna diventare inesistenti e invisibili. Impalpabili.

Il ginocchio ha smesso di farmi male ma presto ricomincerà più forte di prima. Spero di non trovarmi costretto ad anestetizzarlo. Ho fame, eppure devo razionare il cibo con parsimonia. Non so per quanto tempo mi toccherà rimanere fermo qui. Aumento l’intensità del respiro. Regolo i battiti del cuore, cercando di mantenerli regolari. Chiudo gli occhi per domare il tremore alla mano. Una mano che trema è inutile. Devo mantenerla ferma e salda. Sono impegnato a dominare ogni strazio corporale.

Non abbandonerò la mia postazione, qualsiasi cosa accada. È questo che mi rende così affidabile. Nonostante tutto rimarrò qui. Rimarrò a osservare e controllare, rimarrò ad aspettare. Mentre la gente sotto di me scorre e il cielo cambia il suo colore, mentre ogni cosa e persona consuma d’istinto la sua vita, la succhia, la drena e la esaurisce. Mentre il mondo si trasforma impercettibilmente, mentre ogni evento tende verso la sua naturale realizzazione, io rimarrò al mio posto. Esercito la mia pazienza, controllo le fibre del mio corpo, regolo le mie funzioni, lotto contro la voglia di fuggire via. E rimango immobile. Io mantengo la mia postazione, con sforzo e disciplina.

Il cuore aumenta i suoi battiti, ribellandosi alla narcotizzante prova a cui è sottoposto. Il cuore cerca di imporre il suo ritmo vitale. Sono costretto a placarlo aumentando ulteriormente l’intensità dei respiri. Inspiro ed espiro. Nel frattempo sollecito i tendini della mano e li obbligo a rimanere saldi e rigidi. Ignoro il dolore. Ignoro i messaggi del mio corpo. Con il tempo sono diventato una macchina. Ma noi siamo tutti macchine. Sfruttiamo la nostra sofferenza e la nostra paura, la nostra compassione, la nostra autocommiserazione. Pieghiamo la repulsione per l’esistenza ai nostri fini. Noi siamo invisibili. Noi abbiamo smesso di esistere.

Una donna improvvisamente cattura la mia attenzione. Ha dei lineamenti sottili, sensuali; un passo sicuro. Chiudo gli occhi. È lei. È la donna che stavo aspettando. Sposto accuratamente il mirino finché l’incrocio delle due linee non combacia con la curva snella del suo collo. L’ultimo grande respiro. Premo il grilletto. Mi basta un colpo, come sempre.

Smonto l’arma rapidamente con movimenti automatici. Ripongo ogni pezzo nella valigia, al suo posto. Sotto, la gente urla e schiamazza. C’è un morto in strada; un altro. E di questo se n’è accorta.

Cancello velocemente ogni traccia della mia presenza e scendo per le scale del palazzo, con la mia valigia rigida e nera che potrebbe contenere un violino. Arrivo in strada. Metto gli occhiali da sole e cammino con disinvoltura. Il mio passo è vellutato e disciolto. Tranquillo e controllato. È possibile che qualcuno di voi m’incontri ed incroci il mio cammino, ma non mi preoccupo. Voi non potete vedermi. Io sono invisibile per voi. Io sono impalpabile. Io non esisto.

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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