Paradossoland. Un paese chiamato Italia

Goethe forse l’avrebbe presa male. Così come i grandi viaggiatori e pensatori che da sempre sono rimasti stregati dal nostro paese, il Belpaese, definito così proprio perché un’oasi, una meraviglia della natura, abitata però ultimamente da strane creature. Uomini e pecore che spesso, come diceva il buon Orwell, sono la stessa cosa. Fondendo e confondendo le due specie, ne è nato così un ibrido ambiguo che si protegge come un banco di pesci, talora amorfo, talora compatto. È il paese, il nostro, che maschera dietro la tradizione religiosa il “si fa” e dietro la morale medieval-televisiva il “non si fa”, in un duopolio che porta in cattedra la casalinga di Voghera, ergendola a paladina dell’italianità, classic edition.

Quando però questa presunta italianità diventa discrezionalità manifestata e brandita dai poteri statali e religiosi, ecco, tutto intorno mi rivedo, come Troisi e Benigni, catapultato indietro di 500 anni, in un mondo dai diritti azzerati e dalle certezze parziali, modificabili, adattate all’occasione, alle situazioni. Dove il paradosso non è più tale ma è la realtà che va in onda come la peggiore fiction di canale 5. Ci ritroviamo allora spettatori di un teatrino in cui si negano i funerali religiosi di un Welby considerato “presunto suicida” (ma di fatto malato terminale in grado di decidere sulla propria sorte), per poi invece permettere la celebrazione dei più sontuosi e pomposi di sempre al defunto boss dei Casamonica, con tanto di elicottero dai petali di fior cadenti.

Tuttavia, se questa corrente moralista, a tratti liberticida, non riesce nei propri intenti, quantomeno ci prova e si sforza, per esempio, di vietare i funerali in chiesa agli omosessuali, con delle discutibili eccezioni però. Perché ci sono casi, infatti, come quello delle esequie religiose di Lucio Dalla, in cui invece il compianto è probabilmente “meno gay degli altri” e, non avendo comunicato apertamente alla società il suo orientamento sessuale, è accolto e perdonato, nonostante anche i portici di Bologna sapevano chi Lucio fosse. Per non parlare del recente caso di Dj Fabo e di quello Englaro, dove a momenti l’allegra accoppiata “diritto ecclesiastico-Porta a porta” avrebbe rischiato di sancire universalmente la cosa giusta (decisa urbi et orbi), ma soprattutto quella sbagliata (decisa dai diretti interessati e dalle rispettive famiglie). Eretici!

Insomma, a Paradossoland pare che più la questione sia seria e personale, più in realtà questa diventi totalmente di dominio pubblico, ben oltre l’ampio spettro dell’opinione pubblica e del sentire comune, previsto nei casi più sensibili dalla legge. Laddove infatti si annoverino pochi casi divenuti sentenza, emerge inesorabile, come Cariddi dalle quiete acque, un mostro tentacolare che da mille bocche borbotta, interviene e, peggio ancora, sentenzia inesorabile il da farsi, il da dirsi. Questo si annida sicuro nel canovaccio ben strutturato di strane Cavallerie rusticane e nelle prediche web di moderni Don Camillo 2.0, mietendo scenari tardorinascimentali che farebbero impallidire anche uno Sciascia preso bene.

Troppo facile, quindi, prendersela con la minoranza bigotta e col clero, anche se spesso risulti particolarmente difficile non inveire contro quella parte “mentecatto-lica” che, come fu per i millenaristi, aspetta il giudizio universale con la certezza e la puntualità che gli inglesi hanno per il tè delle cinque. E allora, che dire? Buona permanenza a tutti a Paradossoland. Godiamocela finché il paradosso esisterà, perché potrebbe darsi che un giorno, neanche troppo lontano, il paradosso potrebbe diventare sempre più sottile, le differenze meno nette e le opinioni quanto più appiattite in un orizzonte ortodosso e accondiscendente.

Il Re Pannella è morto. Viva il re.

Franz Leary Oz

“Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying”

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