Teatro Andromeda. La Sicilia che riscopre se stessa

Strade tortuose, vicoli, statali. E poi ancora mulattiere, provinciali, sentieri sconnessi e laghi. Alla fine il silenzio, ovvero tutto quello di cui si ha davvero bisogno. A Santo Stefano Quisquina, nel profondo entroterra agrigentino, una volta arrivati però ci si sente stranamente come alieni. Poi alla vista del teatro Andromeda si riacquisisce il senso di ogni cosa. È proprio quella dimensione rurale, accogliente nella sua semplicità selvaggia, che non ti fa sentire un turista, ma un pellegrino. Non siamo in un agriturismo, utile tutt’al più come location per spot del Mulino Bianco. Si allevano molti animali, si cura sapientemente la terra, ma in realtà si coltiva se stessi anzitutto.

Il creatore di questo piccolo mondo, Lorenzo Reina, è un pastore e scultore d’altri tempi che potremmo ergere a prototipo del siciliano che rinnova tornando indietro (o rimanendo fedele alle proprie origini). Un uomo, una filosofia di vita, insomma, un universo a sé. Nei diversi ettari di terreno da sempre appartenuti alla sua famiglia, Lorenzo ha infatti creato, oltre al teatro, un piccolo museo custodito in una torre ottagonale ed ha incastonato, dopo decenni di lavori e perfezionamenti, varie sculture posizionate lungo il proprio podere. Ogni opera manifesta il profondo rapporto fra il lavoro della terra e il cielo, fra le stagioni dell’anno e le varie fasi scandite dalla luce, diurna e non. Lo stesso teatro contiene simbolicamente 108 sedili di pietra, come il numero di stelle di cui si compone la costellazione di Andromeda, proiettando così il magnifico riflesso notturno in quella creazione mozzafiato.

È proprio questo modo di intendere il territorio, a metà fra sacralità e storia, che mi lascia davvero senza parole, e non credo di essere affatto l’unico. Sì, perché il teatro Andromeda ospita spesso iniziative molto particolari ed il suo programma artistico è davvero ben curato. Incontri di yoga, concerti per sitar e strumenti etnici, teatro evocativo ed anche celebrazioni eucaristiche. Insomma, ognuno al teatro Andromeda trova la propria dimensione ­­– statene certi – quand’anche fosse per la sola parte paesaggistica. E quando scambio due parole con Lorenzo, complimentandomi per il suo operato, avverto subito in lui una sensibilità a me sconosciuta, un rapporto telluristico con il territorio, manifesto della sua vita e delle sue credenze. Parlo anche con il figlio Christian, che mi fa da guida lungo il percorso interno, ed ho la netta sensazione che un giorno continuerà l’opera del padre.

Ne nasce un’atmosfera, un mood – chiamatelo come vi pare – che ossigenerebbe letteralmente il cervello a chiunque, e non solo perché siamo a mille metri d’altezza e quello è anche il teatro all’aperto più alto d’Europa. Per una volta, infatti, si percepisce chiaramente di essere in mezzo ad un crocevia dove si intersecano la cultura pastorale, pregna di panismo, con una delle più genuine espressioni artistiche. Ci si sente un po’ come gli antichi coloni greci appena sbarcati in Sicilia, ammaliati dai monumenti e dalle sculture degli autoctoni del luogo, i sicàni. Lo scorrere del tempo si rovescia così e si inverte, perché la nostra storia, in questo modo, non si abissa mai ma va avanti intatta. Lorenzo ha finamente dato voce alla terra, come non avveniva da millenni forse. Ha evocato il passato e probabilmente, così facendo, anche il futuro.

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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