After Life. L’irriverente calibro di Ricky Gervais

Milioni di serie tv, centinaia di storie, decine e decine di personaggi. Avventure, gag, distopie, visioni e adrenalina. Tutto molto bello. Tutto molto adatto a riempire il lasso di tempo fra la cena ed il letto, il più delle volte. Poi quando meno te l’aspetti Ricky Gervais, idolo del black humour british, sforna una di quelle cose che ti lasciano un po’ scosso. La fortunata serie After Life, da lui creata, diretta, prodotta e interpretata, in onda su Netflix ed ormai giunta alla seconda stagione, sembra proprio tirata fuori per dare due sberle al pubblico medio che fagocita stagioni come fossero pop corn al cinema, con l’ingordigia di chi è piazzato davanti a qualcosa di cui è soltanto dipendente. Non ci si poteva aspettare altro da un comico dissacrante ed intelligentemente irrequieto come Gervais. Non è un caso poi che la trama di After Life nasca proprio da una storia forte, da un lutto che il protagonista Tony vive piombando nell’inferno della mancanza della compagna morta e nel pensiero di un suicidio sempre presente. Da lì però Gervais tira fuori un reticolato di cinismo lucido e pervasivo che smaschera, momento dopo momento, tutte le cagate della vita di ogni giorno. È una ridefinizione continua, un riparametrare le scale valoriali della propria esistenza smontando, pezzo dopo pezzo, tutto l’inutile artefatto di cui consta la vita provinciale con le sue vacuità, denigrando apertamente ciascuna maschera o finzione che si presenti davanti. Un bagno caldo nella vasca bollente della lucidità, senza piagnistei e commiserazioni, ma con la fervida convinzione che dire sempre la verità, per il protagonista, possa anzitutto essere una prima cura.

Nella rocambolesca roulette dei personaggi risulta inoltre particolarmente efficace il terapista nichilista, donnaiolo senza pudore privo di professionalità, così come l’ensemble di soggetti patologici che permettono di mostrare quel grottesco teatrino decadente che incontriamo nell’autoreferenzialità dei rapporti lavorativi, dove nessuno vuol mai sapere veramente qualcosa dell’altro. Gervais sa magistralmente quanto questi equilibri siano labili e finti e non può fare a meno di sviscerarne l’ambiguità e la malsana natura. Nascono così delle irriverenti situazioni dove ognuno non potrà far altro che dire: quanto vorrei dirglielo anche io a quel pezzo di…
Non sazia di ciò la serie, di cui è stata anche annunciata una terza stagione, spicca il volo e annoda alla sua componente caustica anche un sottotesto pienamente esistenzialista, ma con una verve mai banale che dopo ogni episodio spinge ciascuno di noi a voler toccare il fondo con Tony, liberandolo da ogni male.

Quando ogni muro è stato dipinto di nero e ogni persona ricoperta di feroci critiche – sacrosante oltre ogni limite – d’improvviso emerge in controluce il vero elemento che soggiace silente dalla prima scena, nascosto fra dolore ed assenza di speranze: il tempo. Nella drammaticità della storia, con un Gervais degno erede della satira di Bill Hicks, può finalmente palesarsi quella consapevolezza che giunge quasi sempre troppo tardi.  Ogni spettatore si chiede quale sia la medicina per tale inarginabile solitudine. Poi dietro l’angolo il lento scorrere degli eventi mostra a tutti quanto non serva a nulla accelerare il passo cercando invano di tirarsi fuori dal tormento. In questo Gervais colpisce in pieno ed insegna alla platea quanto ognuno possa fuggir da tutti e da tutto, ma mai da se stessi. Risate piacevolissime e sagaci costellano così questa serie, non priva di colpi di scena, profonda quanto basta per dire ancora una volta: quanto cazzo è geniale quel Gervais!

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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