Bambini di ferro: cibarsi dei resti del futuro

Bambini di ferro è un cerchio. Il romanzo di Viola Di Grado (La nave di Teseo, 2016) è fatto di tanti, tantissimi punti tutti equidistanti da un centro. E come un Uroboro, mangia continuamente se stesso, senza posa, e senza sosta si distrugge e si crea ancora.

Di questa medesima sostanza ciclica sembra fatto Bambini di ferro. Ed è forse anche per questo, che è servito del tempo, a chi scrive, tempo da mettere in mezzo, tra la lettura del testo e la capacità di parlarne con un minimo di coscienza.

La recensione è un’arte difficile, sempre che di arte si possa parlare. E allora meglio una non-recensione, un tentativo di non-chiudere. Come nella scansione del romanzo, perciò: tre parti, tre fasi, tre passi.

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Reliquie

La reliquia è ciò che è rimasto. Meglio: ciò che è stato lasciato indietro per rimanere; e nel mondo in cui si muovono le protagoniste di Bambini di ferro, Sumiko e Yuki, tanto è rimasto indietro, come tanto è confusamente sepolto dentro loro stesse. Il mutismo indomito della piccola Sumiko è, potremmo dire recuperando una citazione del tutto estranea, «la naturale conseguenza all’essere nato». Come Buddha del capitolo di apertura, che «la notte della morte di sua madre è sprofondato nel centro della Terra», in un modo oscuro almeno per gran parte del tempo della narrazione, Yuki/Sumiko è/sono avvolta/e in una bolla gelatinosa. In questo utero gelido si cerca senza tregua memoria di «arpionamenti misteriosi e terribili» e solo squarciando questo velo si può ricostruire lo spavento supremo di ricordare, e riconoscere, il distacco dall’Unità Materna Sintetica. E in questa Terra senza Madri, in cui le “unità accudenti” sono state contaminate, nella quale è stata aperta una backdoor in una maternità tanto perfetta quanto surrogata, non resta altro da fare: affidarsi alla “sicurezza degli oggetti”, ché quelli, di solito, non tradiscono. Reliquie, appunto.

Capì che tutto ciò che è stato pensato continua a essere pensato da qualche parte; tutto ciò che è stato amato continua a essere amato da qualche parte.

Schermo nero

Lo schermo nero non è né rumore bianco e neanche BSoD, Blue Screen of Death. Viene prima dell’avvio e dopo lo spegnimento. In Bambini di ferro è la parte, la fase, il passo in cui tutti i ricordi arrivano «insieme, ammassati e poi divisi, poi di nuovo ammassati». E contiene il momento in cui, per la prima volta, si manifesta uno «sguardo di presenza assoluta». In questo momento di transizione, passato e futuro remoti tendono all’allineamento, e la vicenda di Yuki assume contorni allo stesso tempo più ampi e più definiti. Se il passato ha un bug, qual è la soluzione che la logica più stringente può suggerire a ogni piè sospinto?

Occhi umani

Occhi umani come in I Origins, occhi che attraversano il tempo. Occhi umani che vengono invocati quando si chiede se Buddha li abbia. Alla fine del cerchio, solo un attimo prima di ricominciare il giro per l’ennesima volta, la salvezza passa di nuovo per una reliquia, restituita. Ciò che deve rimanere, ciò che è stato lasciato indietro per rimanere, contro ciò che va via. Schermo nero, ma il sipario non si chiude.

 

Immagine di copertina: photo by Pierre Bouillot on Unsplash

Dr Vero

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