Bojack Horseman, uomo o cavallo?

Bojack Horseman, ovvero come una serie animata possa essere molto più di una semplice serie animata. Per chi non ne avesse mai sentito parlare prima d’ora: si tratta di una serie a marchio Netflix, creata da Raphael Bob-Waksberg e disegnata da Lisa Hanawalt, giunta alla sua quarta stagione. Per cominciare, immaginate un mondo in cui umani e animali antropomorfi convivono (più o meno) serenamente.

Dramatis personae

In questo mondo facciamo la conoscenza di Bojack Horseman, metà uomo e metà cavallo, ex star della tv che ha conosciuto il grande successo con una sitcom, Horsin’ Around (gioco linguistico delizioso), e dopo la sua chiusura è caduto in disgrazia. La parabola della celebrità è già servita. A ciò aggiungiamo, tra i molti personaggi che abitano la serie, almeno:

-una ghostwriter di origini vietnamite, Diane Nguyen;
-una gatta rosa, agente di Bojack, Princess Carolyn;
Mr Peanutbutter, un bel labrador attore sempre sulla cresta dell’onda (forse con qualche riferimento a un ex presidente degli Stati Uniti?);
Todd Chavez, ventiquattrenne senza occupazione e senza voglia di fare, che da imbucato a una festa finisce per diventare “convivente” di Bojack.

Ecco allora che comincia a delinearsi il quadro. Qualcuno ha parlato di lezioni di vita da imparare da Bojack Horseman; io preferisco provare a riferire, in maniera del tutto parziale, la mia esperienza di visione, a tratti quasi compulsiva (merito di Netflix che, nella maggior parte dei casi, rilascia tutte insieme le puntate di una nuova stagione).

Stati di allucinazione

L’uso dell’antropomorfismo non è una novità, com’è noto. Esso attraversa tutta la storia della cultura, non solo occidentale, emergendo spesso con forza, sia a livello “alto” che popolare. Quando, però, abbiamo a che fare con un uomo-cavallo moralmente non proprio irreprensibile, qualcosa cambia.
Qui l’occasione diventa più che propizia per mettere in scena un gran teatro del mondo, dove il mondo in questione è quello hollywoodiano, ma non solo, e in esso possono coesistere gufi femmina che escono dal coma dopo anni, galline in fuga, improvvisatori su una nave da crociera, praticanti del soffocamento come forma di autoerotismo, balene lussuriose, cavallucci marini da aiutare, insolite gare per una candidatura a governatore, giovani puledre con otto padri umani.

Bojack Horseman non è una serie animata per bambini. I temi affrontati, spesso con ispirazione inquieta e sorprendente, spaziano dalla depressione alle dipendenze, dalla genitorialità all’arrivismo, dal senso del successo alle possibilità dell’introspezione. E il tono, che tende con decisione verso il cinismo e la black comedy, non è meno serio. E quest’ultimo non è un ossimoro.

Exempla

Il vero piacere risiede nella visione stessa, è ovvio, dunque dissertare più di tanto non è utile. Il consiglio è quello di iniziare dal primo episodio e compiere questo viaggio senza perderne neanche un passo. Se, però,  siete tra quelli che preferiscono “saggiare” un po’ prima di imbarcarsi nell’impresa (ovviamente subirete degli spoiler tremendi, così facendo), ecco, in conclusione, una selezione degli episodi da non perdere per nulla al mondo. Quegli episodi che, si potrebbe dire, alzano l’asticella.

-Stagione 1, Episodio 11: Finale deprimente
-Stagione 2, Episodio 8: Scopriamolo
-Stagione 2, Episodio 12: In alto mare
-(questo qui, da solo, vale un paio di saggi di semiotica) Stagione 3, Episodio 4: Un pesce fuor d’acqua
Stagione 3, Episodio 6: Brrap Brrap Pew Pew
-(un vero e proprio “viaggio”) Stagione 3, Episodio 11: È troppo, amico!
-Stagione 4, Episodio 7: Sottoterra
-Stagione 4, Episodio 11: Il tempo è una freccia

 

Dr Vero

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