La bottega, il bosco, la casa, la musa: un viaggio

Quando ero bambino, la mia famiglia si trasferì in un piccolo paese sulle pendici dell’Etna: un posto ed un tempo che non esistono quasi più. Per ritornarci, non si può prendere un aereo; non giovano neanche fotografie o filmati. Si può provare invece a farsi guidare da percezioni e sensazioni che suonano fuori moda, come istinto e “sesto senso”; entrare nel territorio tra realtà e sogno, tra sacro e profano, tra materia e spirito. Fare come i gatti, i pipistrelli, le falene e considerare la luce, i suoni, gli odori dimensioni nuove, distanti da quelle percepite normalmente. Il movimento inizia proprio con sensazioni olfattive molto forti. È l’olfatto a dare il via, a guidare in questo viaggio. Vista, tatto, udito, entreranno dopo, come strumenti di un’orchestrina che suona un canto di Natale.

 

La bottega
Dov’era la bottega

Odore molto intenso di formaggi. Sono dentro una bottega, un posto che è sparito da più di una ventina d’anni. Uno dei “generi alimentari” che sono scomparsi lasciando il posto ai “supermarket”, a loro volta soppiantati dai centri commerciali. Qui non ti servi da solo, prendendo la roba dagli scaffali. È il proprietario che esce personalmente da dietro il banco e prende i prodotti. Questi sono tutti ammassati dentro uno spazio piccolissimo, e molto buio. Sembra una caverna, non fosse per il cibo: formaggi; salumi; legumi, che sono dentro grossi sacchi piazzati dappertutto.

Il proprietario si chiama “il caliaro”, e segna tutto con una Bic blu su un foglio di carta grezza, col quale poi avvolgerà i prodotti del cliente successivo. Fa i conti a mano, senza calcolatrice. Parla quasi esclusivamente in dialetto. Ha un debole per le filastrocche (le miniminagghie) e per i proverbi. È una conoscenza pre-scientifica e orale. È alto, secco, con l’occhio acceso, unico dettaglio inquieto di un portamento placido e flemmatico. La sua famiglia  è composta da quattro fratelli e una sorella, tutti “signorini”. A volte in bottega c’è la sorella, tozza e con una enorme massa di capelli bianchi, tipo “maga magò”. Dura d’orecchi.

Nei freddissimi pomeriggi di dicembre compri: grosse fette di pepato, che il caliaro taglia con un lungo coltello lucido da una forma molto umida, butterata da grani di pepe nero. Acciughe, che prende con le mani da una enorme latta, con un grosso strato di sale cristallizzato ai bordi che sembra neve. Cipolle fresche. Poi polvere di cacao, e amido, che prende con delle palette di plastica ingiallita e mette in sacchetti di carta. Non sono i prodotti di adesso: è roba che profuma, anzi, puzza. Il necessario per fare schiacciata e crema al cioccolato: il menù di dicembre.

 

Il bosco

Stacco. Esterno, giorno. I colori cambiano completamente. Dai toni scuri, bui, da interno, si passa a colori vividi: il verde delle foglie, il giallo e il marrone del sottobosco, il nero della sciara vulcanica, il rosso delle bacche che punteggiano il pungitopo che sono venuto, con papà, a raccogliere. Questo bosco in dialetto si chiama “saponaro” perché il muschio che cresce sulle rocce vulcaniche, spesso e umido, le rende scivolose come se fossero ricoperte di sapone.

Uno dei boschi dell’Etna

Per arrivarci si deve percorrere uno stretto tunnel di rovi. Quasi un percorso iniziatico. Dentro, la musica è il silenzio, la luce arriva filtrata e arabescata dalle fronde degli alberi, che formano dei rosoni naturali sulle nostre teste. Si raccoglie il muschio: zolle compatte e spesse diversi centimetri che profumano in maniera talmente intensa da dare alla testa. Se lo guardi bene è formato da un vello di minuscole piantine. Serve per il presepe e lo guarderai crescere anche dopo che viene staccato dalla roccia: va innaffiato, è vivo. Prendi anche il vischio, che cresce sugli alberi, e tranci un grosso ramo da una quercia. Il tuo albero di Natale.

Di strada per il saponaro c’è casa di nonna, che è in una piccola frazione dedicata a San Rocco, ai bordi di una strada principale in salita, che in seguito porta a un grande santuario. È una costruzione autonoma, come oggi non ne esistono quasi più, con un piccolo cortile accanto alla casa. Ai due lati del portone di ingresso, che è di metallo, a rombi, ci sono un albero di limone e un grosso gelsomino. Non parliamo del profumo.

 

La casa

Il pavimento del cortile è in cotto, non quello di oggi, ma vecchissimo e poroso. C’è una scala esterna che porta ad una terrazzina superiore, dove una volta c’era un cane, Jack, che io ho conosciuto solo quando ero piccolissimo. È morto avvelenato da qualche malu cristianu. Sempre nel cortile, sotto la scala c’è una pila, in cemento. Termine intraducibile in italiano: la pila è un lavabo, che si utilizza per tutto. Per fare il bucato, ma anche per lavarsi “nella pila”. Ovviamente con l’acqua fredda, pure se ci sono 4 gradi.

La casa col gelsomino e il limone. Foto: Google

Fuori ci sono un mare di vasi con piante, alcuni anche molto piccoli. Vasi ovunque: ammassati negli angoli, ai bordi del cortile, sulla scala, una rasta per gradino (fanno da balaustra, dato che la scalinata è senza ringhiera). Un immenso orto botanico di specie diverse (tra cui parecchie piante grasse) che non saprei nominare, tranne una che ricordo con chiarezza: l’Aloe vera, perché è una medusa di carnose foglie con aculei ai bordi, sovrastata da un pennacchio ricadente di campanule vermiglie, molto particolare.

Fuori montiamo le luci, dei grossi bulbi a incandescenza colorati, sopra la porta della cucina, che dà sul cortile. Dentro, la casa odora un buon odore di legno. Per riscaldarsi c’è la conca, un braciere di metallo, pieno di brace ardente, dentro cui si gettano le bucce dei mandarini per aromatizzare la stanza. I mandarini servono anche per decorare il presepe. Nella stanza da letto di nonna, sul comodino accanto al letto, dove andiamo a posare i giubbotti quando arriviamo, e a prenderli prima di salutarla, ci sono le foto ingiallite dei suoi genitori, i miei bisnonni, con una microscopica lucetta arancione che sta sempre accesa accanto.

 

La musa

Per Natale, nei centri abitati alle pendici del vulcano scendono gli zampognari. Oggi, qualche comune e qualche centro commerciale assume qualche cornamusa per farla suonare in giro: i suoni si perdono per le strade spazzate dal vento, ridotti al rango di sonorizzazione di fondo. La zampogna invece dev’essere ascoltata con concentrazione. Viene chiamata da qualcuno che paga lo zampognaro e chiama a raccolta tutti i vicini. I bambini ovviamente sono in prima fila. Il suonatore si siede, sistema la grossa sacca di pelle di fronte a sé, quasi un suo secondo grosso ventre, e lentamente insuffla l’aria che produce i suoni.

È un respiro viscerale e notturno, che si sente con le orecchie, con gli occhi, con lo stomaco, che volteggia intorno, fin sopra la testa. Conclude questo viaggio natalizio sulle pendici del vulcano, dentro un posto e un tempo che non esistono quasi più. L’Etna ribolle, allo stesso tempo calma e inquieta come al solito: su di lei pietra, case, piante, gente, vecchi, bambini, morti, vivi, fuoco, occhi, suono, e tutte le luminarie del mondo. Ci accompagnano nel nostro viaggio di ritorno verso il presente, che sia intenso, e trepido, e miracoloso come si addice a questi giorni.

 

 

Immagine in evidenza: scolarcardiff.wordpress.com

Jet Black

See you back in Ganymede

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