Breve storia di un free-press poetico

Era da tempo che volevo fare un “foglio” poetico, ma l’occasione venne quando conobbi Bishop che diventò subito mio amico e sodale di avventure letterarie. In quegli anni pranzavamo spesso all’Astoria, che era in via Sant’Euplio, vicino a La Rinascente. Era bellissimo, tutto in cristallo, un trionfo di riflessi, e aveva una galleria rialzata dove c’erano i tavoli. Seduti lì a pranzo discutevamo, e prese forma l’idea.

A “quei tempi”, il 2000, internet non era ancora quello che è adesso: i social network non esistevano, i blog erano pochi, le pagine web molto spartane. Se volevi “far sentire la tua voce” la strada era una sola: la pagina stampata. I free-press cartacei li trovavi nei ristoranti, nei pub, nei cinema, nei posti di ritrovo. Il più famoso a Catania era Lapis e conteneva tutti gli appuntamenti della vita notturna, con un editoriale e qualche trafiletto di commento. Questa formula era ripresa da Kino, che la riproponeva per gli spettacoli cinematografici. E poi c’erano diversi “cloni” di questi e qualche free-press nella forma di “giornale”.


Facciamo un foglio poetico. Un free-press

La nostra idea era diversa: non volevamo segnalare concerti o spettacoli, o fare un classico giornale, ma un “rag” di frammenti poetici: versi; spunti; poesie; micro-racconti, sperimentazioni. Il tutto in un semplice foglio fronte-retro. Non una striminzita pagina di stampante, ma un A3, che è il doppio, che puoi ripiegare in due e viene comodo da leggere, che non ti perdi mentre ti sposti da pub a pub. Contiene un botto di roba, ti permette di sbizzarrirti con l’impaginazione e all’occasione lo puoi utilizzare pure per asciugare il tavolo se non usi sottobicchieri. Nessuna poesia si è mai offesa per una goccia di birra. Se no Dylan Thomas non sarebbe mai stato un grande poeta.

Il primo numero: il fronte
…e il retro

Ci mettemmo al lavoro. Il nome arrivò quasi subito: Lo stato delle cose, che era il titolo di un film, e che suonava statuario, imponente. Il font della testata era l’Impact, un bastone massiccio, degno del titolo. Per stampare in A3, con una certa tiratura, e fare le cose bene, dovevi andare in tipografia. Io avevo un po’ di esperienza in merito e sapevo impaginare. Allora si lavorava in PageMaker, che oggi è diventato l’Adobe InDesign. I mezzi erano ancora rozzi. I computer non erano potenti, gli scanner arrancavano. La fotografia digitale non era ancora scoppiata. Ma il carattere artigianale della cosa non era un limite, anzi, era esaltante. Ci trovavamo al confine tra due mondi, su un crinale, pronti a spiccare il volo in una dimensione di libertà infinita.


I pezzi

A questo punto il concept c’era: ci volevano i pezzi. Il materiale non ci mancava dato che avevamo “nel cassetto” un mare di roba. Per il primo numero, alpha, scegliemmo un piccolo racconto mio, un mini giallo psicologico sperimentale che parlava di una residenza di studenti inglesi dove è avvenuto qualcosa di poco chiaro: un allarme antincendio scatta durante la notte e qualcuno non si trova. L’enigma era volto a stuzzicare il lettore. Poi c’era una poesia lunga di Bishop, una galoppata in prima pagina che si chiudeva con la stanza:

Io canto del desiderio, della voglia.
Di talento innato, di regole da frantumare,
di schemi e gabbie da infrangere.
Un primo grido contro la morte,
uno schiantarsi di timpani, uno sguazzare nel fango.
“È il tuo sangue… e ti ci rotoli.”

Questi due pezzi da soli riempivano quasi tutto il foglio. Chiudeva, a retro pagina, una poesia irriverente di Charles Bukowski intitolata I vecchi film e Hot Chicken Salad che sarebbe dovuta essere la rubrica della posta dei lettori, completamente inventata. Dal secondo numero ci dotammo di casella postale. Non una casella e-mail, una casella postale fisica, la 594, alla posta di Viale Africa; ma non ricevemmo mai niente.


Il secondo numero. L’ultimo

Beta fu il secondo numero, e fu l’apoteosi de Lo stato delle cose, il vero unico numero, perché alpha in pratica era stato solo un esercizio di riscaldamento, un “numero 0”. Io avevo “preso le misure” con l’impaginazione di alpha, e qui mi sbizzarrii. Beta era un fuoco d’artificio tipografico… forse non tecnicamente perfetto, ma esplosivo sicuramente. C’era un uovo al tegamino in background, in prima pagina, e una busta di tabacco, sempre in background, sul retro. C’erano dei riquadri ad effetto “post-it” e giochi di testo dappertutto. Stampato, su una buona carta riciclata color avorio, era proprio bello.

Beta: fronte
…e retro

Per quanto riguarda i pezzi, c’erano due racconti, uno mio e uno di Bishop, una poesia della poetessa scozzese Carol Ann Duffy intitolata Rubare e una di Andreabì intitolata The Everwalker, e molte altre piccole cose. La rubrica della posta, sempre inventata di sana pianta, aveva delle chicche imperdibili: Ehi, che c*** devo fare per avere il numero di telefono della cassiera del Waxy? recitava uno dei messaggi. Che in realtà era il mio. Bevevamo sempre in quel pub, e la cassiera mi faceva impazzire.


Stampa e distribuzione
Bozza per il terzo numero, mai realizzato

Lo stato delle cose fu stampato in una tipografia a San Cristoforo, proprio all’inizio di via Plebiscito. Il proprietario era un tipo di poche parole, preciso, con i baffi. Ogni tanto sparava delle sentenze secche e definitive. Ci appellava “carusi” con un fare schietto, ma mai melenso, o ruffiano. Per stampare in offset dovevi prima fare le pellicole. La fotolito era in centro, in via Pantano. Portavi proprio il CD con il file PageMaker dentro. Se qualcosa non andava bene, dovevi tornare a casa, fare un nuovo CD, tornare di nuovo alla fotolito e incrociare le dita.

Poi lo distribuimmo: io e Bishop, a piedi, 1500 copie, nel cuore della movida catanese. Nei pub, nei ristoranti, nei locali: la Cartiera, l’Iguana, la Chiave, l’Ixtlan, il Nievski. Quella che, da un verso di Carmen Consoli, fu definita la raggiante “Catania rock” che durava da un pezzo e che qualche anno dopo incominciò ad allentare i ritmi, per poi spegnersi del tutto e rimanere solo un ricordo.


Lo stato delle cose

Lo stato delle cose fu fatto senza un progetto, senza un business plan, senza un’idea di sostenibilità, senza la pianificazione di un possibile pubblico, senza un piano promozionale, niente. Semplicemente fu fatto. Con soldi nostri. Senza pensarci due volte. Forse c’era l’idea embrionale di innescare qualcosa, la scintilla che infiamma la prateria, una rivoluzione poetica. Ma più che altro volevamo farlo.

Altra bozza per Gamma

Questo potrebbe portare a domande filosofiche del tipo: esiste l’arte senza un pubblico? Ha senso fare un “giornale” (che poi non era un giornale) senza una pianificazione? Boh. Sono domande che un uomo delle caverne non si poneva quando incideva dei graffiti sulla parete della sua grotta. E noi in quegli anni eravamo dei poeti barbari, poeti veri. Quella era poesia con ossa, anima e sangue come non puoi trovare nell’evento civilizzato che ci sarà la settimana o il mese prossimo nella libreria alla moda con l’intervento dell’intellettuale di turno e tanto battage su facebook.

Lo stato delle cose, due numeri e 3000 copie d’assalto, fu inghiottito dalla città. Trovo in una e-mail di Bishop di quegli anni: “Martedì mentre ero in macchina e tornavo a casa ho visto un ragazzo che lo leggeva mentre camminava. Poi è salito in macchina, con il giornale in mano. Mi sono sentito bene.” È la tessera di un mosaico personale e collettivo che spaccava, e spacca ancora; un artefatto ancora all’avanguardia dopo molti anni, in un’epoca che digerisce e consuma tutto nel giro di pochi mesi.

Dopo qualche anno io e Bishop saremmo tornati in tipografia con Versi diversi. Ma questa, è un’altra storia.

Jet Black

See you back in Ganymede

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