Brexit – The Uncivil War: l’arte di non sporcarsi le mani

Brexit – The Uncivil War è un “television drama” trasmesso in UK il 7 gennaio 2020, su Channel 4 e in seguito distribuito negli USA da HBO. Adesso fa parte dell’offerta Netflix dei due paesi, mentre in Italia è al momento disponibile solo in DVD e Blu-ray.
La data in cui è stato inserito in palinsesto qui in UK è abbastanza significativa: a cavallo tra l’elezione stravinta dai Tories di BJ e la ratifica dell’accordo d’uscita. Ovvero quando ormai la Brexit dovrebbe essere un ricordo del passato (anche se gli analisti attenti sanno bene che non è affatto così).

Il film è stato diretto da Toby Haynes – contraddistintosi fin qui per le serie Sherlock, Doctor Who e per l’episodio 1 della quarta serie di Black Mirror, intitolato USS Callister – e scritto dallo sceneggiatore James Graham, che ha preso spunto da due libri recenti: All Out War: The Full Story of How Brexit Sank Britain’s Political Class del giornalista Tim Shipman e Unleashing Demons: The Inside Story of Brexit di Craig Oliver, capo della sfortunata campagna per il Remain.
Dopo aver annotato la solita straordinaria interpretazione di Benedict Cumberbatch nei panni di Dominic Cummings – leader indiscusso della campagna per il Leave e attuale consigliere di BJ –, non ci resta che analizzare brevemente il film. Per farlo bisogna seguire due piste: quella specificatamente cinematografica e quella politica.

Da un punto di vista strettamente filmico Brexit – The Uncivil War, si colloca in quella ormai molto abusata – ma è un parere personale e gratuito – categoria di docufiction; cioè di quei prodotti narrativi che descrivono eventi reali facendo ricorso all’immaginazione (fiction) – e dunque mischiando realtà e invenzione. Nel caso del nostro film l’aderenza ai fatti sembra essere particolarmente ostentata. Regista e sceneggiatore si concedono poche fughe in avanti – anche perché la memoria degli eventi è ancora troppo fresca nell’uditorio. Il racconto è fedele alle cronache che abbiamo letto e riletto negli ultimi quasi quattro anni – d’altra parte la Brexit è stata una vicenda talmente rocambolesca e mirabolante che la fatica di imbellettarla sarebbe stata del tutto sprecata. Lo sforzo del regista sta allora tutto nella ricucitura dei vari passaggi, nel montaggio. La narrazione copre un arco di circa un anno: da quando il referendum viene indetto nel 2015 fino a quel famoso 23 giugno del 2016, giorno della votazione.

Tutto questo è inserito in una cornice piuttosto interlocutoria – unica palese licenza del film –, in cui vediamo Cumberbatch-Cummings  interrogato nel corso di un’indagine volta a fare chiarezza sul ruolo che la tecnologia ha assunto nella politica inglese. Sarà attraverso questo espediente, tutto sommato abbastanza scialbo, che gli autori si concederanno un piccolo commento dei fatti accaduti. Per il resto la mano di Haynes è abbastanza ferma e sapiente, tutta tesa a confezionare un prodotto senza sbavature, né pennellate vivaci. Da una parte ci sono i sostenitori del Leave, una struttura liquida e trasversale con i loro messaggi chiari e diretti, con gli autobus dei 350 millions of pounds, con i manifesti sulla Turchia, con gli slogan precisi ed efficaci; dall’altra, i remainers e le loro strategie di persuasione, la fiducia nel buon senso, le strutture di partito. Il ritmo è incalzante, frenetico e di certo non concede allo spettatore spazio per annoiarsi.

L’altra pista di analisi, come già detto, è quella politica. Provando a non addentrarci troppo nella disamina del fenomeno in sé e rimanendo concentrati sul film, questa seconda prospettiva ci induce a valutare alcune scelte con particolare attenzione. In generale, la sensazione è che il film voglia disinfettare la ferita lasciata aperta dal referendum, per aiutare a ricucirla e per lasciarsi alle spalle lo scontro anche violento che ne è conseguito – uno dei pochi innesti di materiale reale, tipico del docufiction, riguarda l’assassinio della deputata Jo Cox, per mano di un attentatore estremista.

Gli elementi politici posti al centro della questione sono due: da un lato, il tentativo di colmare il distacco creatosi tra il discorso della politica, introiettato verso questioni sempre più marginali e le  esigenze della gente comune; dall’altro, la conseguente crisi di rappresentanza, la frustrazione e il senso di abbandono patiti dagli elettori negli ultimi, ormai, decenni. In questo contesto la Brexit è mostrata per quello che realmente è stata: il contenitore vuoto in cui ciascuno ha proiettato le sue ambizioni di riscossa, le sue ansie e i suoi desideri; il terreno perfetto su cui consumare uno scontro decisivo per le sorti dell’orizzonte politico contemporaneo e combattere una “guerra” le cui origini erano maturate altrove. In questo senso, è necessario notare che, pur essendo la focalizzazione tendenzialmente esterna, emerge di tanto in tanto una certa tendenza ad adottare il punto di vista del personaggio principale – il nostro Cumberbatch-Cummings, stratega geniale e un po’ folle del Leave. In questo modo, mentre mette in scena la battaglia, in cui nessun pretendente può considerarsi maggiormente legittimato alla vittoria rispetto all’altro, Haynes ci spinge inesorabilmente (e credo involontariamente) a sostenere le cause della parte che ha vinto. In altre parole, si finisce per pensare che abbia vinto chi ha meritato di vincere. Il che potrebbe essere un messaggio politico legittimo, se solo fosse sostenuto in maniera coerente.

Veniamo dunque all’ultimo passaggio, e cioè quello in cui l’elemento cinematografico e politico vengono esaminati insieme per trarre delle conclusioni. In primo luogo, il film ha il difetto di tradurre i fatti del referendum inglese in un avvenimento che travalica le specificità territoriali per farsi modello di una situazione globale. Da un punto di vista commerciale, questo passaggio è molto utile perché favorisce la distribuzione su altri mercati: gli americani saranno liberi di leggervi gli effetti delle elezioni del 2016, gli italiani del loro renziano referendum. Da un punto di vista politico avrebbe dovuto avere invece una valenza molto più forte e significativa: perché la Brexit è in effetti la tessera di un mosaico più grande e generalizzato. È figlia della post-democrazia di crouchiana memoria, della crisi di legittimazione e rappresentanza, dell’aumento delle disuguaglianze, della politica della post-verità, tutti fenomeni che operano a livello mondiale. Pertanto, sarebbe stato opportuno oltre che costruttivo, esplorare questi elementi un po’ più a fondo, anziché spiattellarli in maniera amorfa. Da questo punto di vista, il film rimane ostinatamente neutro e piatto fino alla fine: affronta il nocciolo della questione sempre in orizzontale e mai in verticale, affastella spunti di riflessione senza analizzarne nessuno. In altre parole, si comporta esattamente come i politici che mette in scena: conferisce pari dignità a tutti gli elementi in gioco, per premiare poi quelli che si dimostrano più convincenti (a livello di trama).

Secondo tale logica non c’è motivo per cui la strategia Cummings non debba rappresentare un possibile metodo per scardinare meccanismi di una politica ormai vecchia e sterile. Il problema è che per suggerire ciò è stato necessario soprassedere su alcuni aspetti essenziali della questione: che la strategia politica dei Cummings di questo mondo è quella di intercettare lo sconforto della popolazione solo per trasformarlo in voti e mai per trovarvi rimedio; che software come AggragateIQ e Cambridge Analytica, non funzionano affatto come stetofonendoscopi attraverso cui auscultare il cuore della nazione – come vorrebbe forse suggerirci un rivelatoria scena del film – ma come strumenti sciamanici che consentono di targettizzare gli slogan e strappare consensi preziosi; che semplificare i contenuti politici alla maniera di Cummings – ma anche di Bannon, Trump, Bolsonaro, Salvini, Farange, BJ – riducendoli a brevi ed efficaci slogan non crea affatto inclusione, né spazi per un proficuo dibattito politico, ma altresì divide i cittadini in bolle sempre più piccole, isolate e agguerrite. In definitiva, il film sembra rifiutare la missione che pure sembra essersi posto esso stesso: entrare nel vivo della materia politica contemporanea per produrne una efficace contro-lettura.

Tornando quindi a separare i due poli da cui eravamo partiti, Brexit – The Uncivil War centra perfettamente le sue intenzioni cinematografiche, offrendo novanta minuti di stimolante intrattenimento. Funziona molto meno nelle sue intenzioni politiche: propone tante – troppe – mete e pochissimi itinerari. Il che è esattamente, secondo il parere di chi scrive, l’opposto di ciò che la buona arte dovrebbe fare. Ancor di più se le mete sono collocate un po’ frettolosamente.

 

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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