Criptomoneta o del futuro da valutare

In principio era il baratto. Poi monete con l’effige di principi e imperatori, passando per le banconote con filigrana e gli assegni, sino a giungere alle moderne carte di credito. Piccoli chip sempre più miniaturizzati che adesso permettono pagamenti anche con smartphone. Pochi si sono accorti però che sinora è cambiato il come ma non il cosa. La tecnologia digitale ha infatti permesso acquisti sicuri in tutta facilità, grazie al differimento del pagamento, ma il vero sostanziale cambiamento è avvenuto invece con la nascita della criptomoneta. Questa sofisticata invenzione ideata nel 2009 con la creazione del Bitcoin è in realtà una valuta paritaria digitale. Ciò significa che, basandosi su un complesso sistema di codici in serie (alias crittografia), è possibile convalidare transazioni e quindi generare moneta da un punto all’altro del pianeta.

Questo modernissimo meccanismo di trasferimento informatico ha tuttavia alla sua base il fatto di essere decentralizzato, ovvero di non avere generalmente una struttura garante unica attraverso cui gestire e validare il flusso valutario. La mancanza di questa componente essenziale permette pertanto a molte criptovalute di essere spesso totalmente irrintracciabili nei propri spostamenti, dato che talvolta le informazioni fra le parti operanti non vengono del tutto scambiate.

Fin qui tutto fila. Pagamenti online sicuri, paesi come il Giappone che addirittura riconoscono corso legale al bitcoin, un mercato della finanza telematica con una sua borsa parallela che rincorre su e giù gli indici delle decine di criptomonete in tutto il globo. Insomma, i giocatori di borsa avevano finalmente un nuovo giocattolino digitale.

Il “problema” sorge ahimè quando i dati della crittografia di una transazione vengono scoperti o intercettati. Sono dolori, e pure grossi. Dolori da milioni di dollari, come nel caso del furto di Tether (un fratello minore del Bitcoin) avvenuto il 20 novembre scorso. L’assalto informatico ha infatti fruttato ai “criptorapinatori” la bellezza di 31 milioni di dollari. Un brutto colpo per quanti avevano creduto e investito nelle e-monete. L’affaire deve aver ingolosito altri hacker che pochi giorni dopo hanno sottratto circa 4700 bitcoin per un valore di circa 70 milioni di euro.

Pochi spiccioli però rispetto alla gigantesca falla creata proprio in Giappone su una piattaforma di scambio, dove poche settimane fa sono stati rubati NEM (la principale crittomoneta nipponica) per un valore stimato di oltre 500 milioni di dollari. La notizia ha allarmato talmente tanto il mercato che persino la Deutsche Bank ha allertato gli investitori, sconsigliando questa pratica di speculazione a chi è alle prime armi, così come indicato cautamente dal Fondo Monetario Internazionale. Ciò che ci si auspica è difatti una cooperazione fra enti regolatori così da evitare il pericolo di frodi, evasioni fiscali e finanziamenti illeciti.

Ma ai giorni d’oggi, coi tempi che corrono, chi mai utilizzerebbe nuovi metodi cibernetici per creare truffe, raggirare controlli o spostare ingenti somme di danaro per fini poco chiari? Le distopie di George Orwell e la sua psicopolizia potrebbero allora rivelarsi nient’altro che un ingenuo e ottimistico slancio rispetto a certi possibili scenari futuri che, mai come ora – è il caso di dirlo – appaiono tutti da decriptare.

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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