Dalla Breve Cronaca del Re (I, 10)

Il Re di Tebe volge il Grande Occhio su di sé. Come al vetrino, osserviamo l’origine del male propagarsi in forma organica. Una volta diffuso, è impossibile da rintracciare. Sappiamo solo che il centro dell’epidemia è Tebe e il re, anche se ancora non lo sa, è il paziente zero e il primo untore. Quando glielo riveleranno crederà che sia uno scherzo, reazione che ci sembra più che plausibile. Ancora dopo millenni ci raccontiamo questa storia prima di andare a letto, con postilla implicita: Non sono io la causa, Non sono io la colpa.

Eppure ci troviamo in piena notte, nel nostro letto, insonni, l’ovatta del buio che ha preso la città è infranta a intervalli irregolari ma sempre più incalzanti dalle sirene delle ambulanze. Il Padre nostro andrebbe così riformulato: Rimetti a noi i nostri debiti perché non sono nostri in verità ma di qualcuno che ce li ha lasciati in eredità.

I figli del re di Tebe, se ricordiamo bene, fanno tutti una brutta fine, anche considerata la figlia che rinuncia alla sua identità di donna per accudire il padre cieco, per essere solo figlia.

Il protagonista di questa storia che non è una storia è uno dei tanti. Infine riesce a trovare sonno pur con le ambulanze che gli passano sotto casa. Nel sogno deve scendere a marcia indietro da una strada che ha una pendenza ripidissima, e i freni non frenano come dovrebbero, così a un certo punto grida “Bastaaaa” ma gli esce la voce dalla bocca e continua a scendere inesorabilmente, a prendere sempre di più velocità, è chiaro che l’unica cosa che può fare è buttarsi dall’auto in piena discesa.

Ma tutto questo cosa c’entra con la desertificazione del suolo, il surriscaldamento globale, gli stormi di pipistrelli che rimangono a girare attorno a fuochi amazzonici come fossero sciacalli?

La cecità come metafora fin troppo didascalica, tanto più che l’operazione gli è andata bene, la cornea non si è staccata; quindi lunga vista al sovrano di Tebe che stamattina, un giorno di un mese dell’anno zero pandemico, passeggia per le strade in incognito. Ancora non ha appreso di portare in sé il male e i sudditi che lo incrociano in lui non riconoscono l’unzione regale, l’elezione umana, non meno che divina, che grava sulla sua testa.

L’antica Katane: una grattugia come il suo terreno lavico quale ancora oggi si può vedere nel deserto della Montagna, luogo di tentazioni e angosce testamentarie. In questo regno che sembra fuori dalle Grandi Narrazioni del Mondo (venghi, venghi davvero il tuo regno) il consumo di carne equina soddisfa al 90% la domanda alimentare della popolazione indigena. Il male, se proprio deve arrivare, arriverà dal mare come nell’anno Duemiladiciotto prepandemico, la nave bloccata nel porto perché, dicevano, il male vi era annidato dentro. Se mai c’è stata innocenza, lì è quando è definitivamente finita. Ma c’è ancora tempo per una granita mandorla-pistacchio con brioche.

Effettivamente il bar è luogo di contagio. Le idee e la chiacchiera si propagano al ritmo delle tazzine posate e tolte dal bancone. (È uno di quei rari momenti in cui l’Occhio ha modo di distogliersi, anche se per poco, anche se in maniera effimera, di rivolgersi altrove).

Redigendo le poche pagine di questa cronaca, ci accorgiamo che essa è priva di snodi salienti. La narrazione degna di un re in incognito, ci diciamo in segreto, come a giustificare lo scialo di inutili dettagli, chiose, la verbosità di una voce fuori campo che supplica: Per favore, non estinguetemi. È il punto in cui ci rendiamo conto di non riuscire proseguire l’indagine sulla genesi del male, a meno che non arrivi da fuori un dio che sblocchi la narrazione con un nuovo innesco, un suggerimento, uno sbroglio.

Che non era una storia lo avevamo detto, ma volete mettere poi questa granita?

 

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