Che cos’è la “Demoscene” – Parte 2

Lo stato dell’arte

Colori, caleidoscopi, giochi visivi: come abbiamo visto nella parte 1, le produzioni della fase iniziale della demoscene si limitano ad essere una serie di effetti racchiusi dentro una cornice. Per quanto sbalorditive e sfavillanti, a queste clip mancano la completezza e l’organicità necessarie per essere considerate opere d’arte a tutto tondo; creazioni degne di essere considerate in sé e per sé, e non forme vernacolari, meri accessori espressivi di una sottocultura. Riprendendo il paragone che avvicina la demoscene al writing e le demo ai “pezzi” dei graffitari, possiamo dire che alla scena dei primi anni manca il proprio Banksy.

Ma all’interno di un qualsiasi fecondo milieu culturale i protagonisti non tardano ad emergere. E per la demoscene essi sono gli Spaceballs. Il gruppo norvegese capitanato da Lone Starr (Paul Endresen) si affaccia sulla scena nel 1990 e si impone subito in tutti i maggiori party scandinavi. L’opera che li consegna alla storia è sicuramente State of the Art, che spariglia le regole del gioco e ridefinisce lo “stato dell’arte” in fatto di creazione informatica.

 

State of the Art ribalta tutti i canoni della produzione della demoscene fino a quel momento. Innanzitutto non è una semplice serie di effetti eterogenei, ma ruota intorno a un concept ben preciso, la silhouette di una donna che balla. Secondo, si allontana dal mondo ideale tipico delle demo, fino ad allora ispirate a motivi astratti, matematici, semplicemente decorativi o tutt’al più fantascientifici o fantasy.

Infine, infrange uno dei “tabù” della scena usando immagini filmate (raster) al posto di quelle computer-generated (vettoriali). Questo è più evidente nel “sequel” di State of the Art, cioè la demo 9 Fingers, che ripropone le immagini di ragazze che ballano. Tali immagini sono nella loro interezza riprese filmate della fidanzata di Endresen, Jannicke, e di una sua amica, come evidente nel “Making of” della demo; e sono “legittimate” dal fatto che stipare e riprodurre delle riprese per gli elaboratori di allora non era cosa affatto semplice.

Se agli occhi di qualche Millennial di oggi, drogato di Instagram e iOS, State of the Art e 9 Fingers possono sembrare sottospecie di video musicali dance anni ’90, per chi le guarda con occhi “giusti” esse sono pura, deliziosa magia digitale. Mischiando elementi filmati e computer graphic gli Spaceballs riescono nel miracolo di trasformare le demo in opere d’arte. E forse ne erano consci; infatti, caso più unico che raro nella demoscene, alla fine della clip si firmano con i nomi veri, e non con gli pseudonimi.

Stato mentale

Se le demo riescono ad essere opere d’arte e ruotano intorno ad idee e concetti ben precisi, esse possono anche veicolare dei messaggi e agire sulla società. In breve, possono essere testimoni di un impegno dell’artista nei confronti del mondo che lo circonda. Questo deve avere pensato il designer e scener parigino Carlos Pardo, in arte Made. Nel 1998 concepisce State of Mind, una demo pensata e costruita sul brano States of Mind del gruppo rap britannico dei Senser, ed imperniata sulla critica del consumismo e del conformismo.

La demo, come il brano, è un piccolo capolavoro, ma la scena si dimostra refrattaria a questa fase di “impegno”; infatti, a parte qualche altra produzione da parte del gruppo dei Kolor, abbandona ben presto il messaggio sociale. Lo stesso Made perderà ben presto il suo interesse nei confronti della demoscene per dedicarsi pienamente al design.

 

 

La demoscene oggi

Col nuovo millennio, la scena è tornata a territori che le sono più consoni e propri: l’esplorazione di dimensioni e mondi virtuali, il sovraccarico sensoriale, il tendere al limite massimo consentito dalla macchina, il prodotto digitale che il codice riesce a evocare e materializzare.

 

 

L’equazione che in fondo riassume nel modo migliore l’essenza della scena è quella code=poetry: la creazione digitale è poesia. Così, si vuole chiudere questo articolo proponendo tre demo scelte fra la produzione degli ultimi anni; con la coscienza che il bello che esse riescono a regalare vale più delle parole, e riesce a spiegare la demoscene meglio delle descrizioni. Alcune di questi gioielli informatici “pesano” solo pochi byte, il che la dice lunga sull’abilità dei programmatori: anche questa una delle arti della scena.

 

 

E adesso, smettete di leggere. Fate partire questi video, chiudete per un attimo gli occhi, riapriteli – e perdetevi in un mondo di strani fiori / e farfalle elettriche. (Rimbaud)

Jet Black

See you back in Ganymede

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