Diario di un incubo natalizio

La scorsa notte ho fatto un sogno strano, a metà fra Black Mirror e una di quelle visioni che ti vengono quando sei in botta – con la roba buona – direbbe qualcuno.  Ho sognato di trovarmi in un tempo in cui imperversava una pandemia spesso incurabile, con centinaia di morti ogni giorno e un crescente numero di persone contagiate. I mass media intorno alle 17 erogavano il loro bollettino di guerra e c’era un coprifuoco alle 22. Si poteva uscire solo per andare a lavorare, in farmacia o al supermercato. Gli amanti dovevano inventare scuse fantasiose ai carramba e chi tornava a casa oltre l’orario prefissato si sentiva quasi un partigiano infiltrato oltre le linee nemiche, pronto a sentirsi urlare l’alt mentre un faro gli veniva puntato contro e il pastore tedesco gli sbraitava famelico contro.

La mia dimensione onirica proseguiva in modo ostinato e coerente. Eravamo tutti confinati a casa, i più sfortunati lavorando barricati dentro, gli altri – gli sfigati – potevano uscire e vedere cosa fosse rimasto del mondo, che forma avessero le strade, guardare un tramonto senza la necessità della scusa di andare a fare la spesa o di portare a far pisciare il cane. Io mi sentivo così stranito ma non mollavo, mi rintanavo nella musica e in qualche buon film d’annata. Ad un tratto iniziai a leggere dai giornali che, trovandoci a poche settimane dal Natale, bisognava scegliere se salvare la salute rimanendo ciascuno in casa propria o garantire il perseguirsi della tradizione popolare imbastendo le consuete chilometriche tavolate natalizie, ed ignorando implicitamente così ogni profilassi. Sorrisi subito, borbottando qualcosa a metà fra una bestemmia e un vaffanculo. Poi mi accorsi che col passare dei giorni nell’opinione pubblica stava iniziando a salire un sussulto reazionario, quasi un gorgoglio nato dai bassifondi, che richiamava a gran voce e senza timori la sacralità condivisa della festività del Santo Natale. Il mio sguardo sul teleschermo iniziò a crucciarsi, il sopracciglio si inarcò e ricordo chiaramente che rimasi con l’espressione di uno che aveva scoperto di aver fatto 11 al totocalcio. Poi rinvenni. Ma non fu affatto piacevole prendere consapevolezza del fatto che vi era molto più di qualche sporadico suicida ultraconservatore cattolico che voleva immolarsi come moderno martire.

Iniziai a parlarne con gli amici. Mi rassicurarono. Mi dissero che sarebbero state sparute porzioni di popolazione, specie al sud. “Maledetti terroni!” esclamai fra me e me, sentendomi in quel momento il più scandinavo dei vichinghi. Ma – mannaggia al demonio – al notiziario del giorno seguente il governatore della Lombardia difendeva a spada tratta il diritto di far arroccare in casa propria qualsivoglia persona, invitando quel cazzo di parente che gli pareva, anche di quarto grado, fosse anche un lontano cugino passato di lì giusto perché gli si era guastata l’auto. Insomma, il terribile virus che aveva decimato quartieri, colpito indiscriminatamente condomini, pianerottoli, ville, caserme, ospedali, loft e mansarde, ebbene sì, doveva aspettare. C’era l’abbacchio di zia, il cotechino, le lenticchie di nonna, le lasagne, il pesce al cartoccio, il pandoro ma soprattutto il panettone – dio santo – con quei canditi Giuda infami. Avrebbero mai potuto rinunciare a tale condivisione? Il popolo scelse Barabba. Tutti sarebbero stati legittimati quindi, un po’ come per le follie a carnevale, a vedersi per una momentanea tregua, uno stop alle ostilità fra trincee nemiche. C’è chi diceva sei, altri dieci o quindici, altri ancora fissavano una discrezionalità d’invitati per vicinanza territoriale. Non ho mai capito quale diamine di criterio fosse quello autorizzato dal governo per permettere l’assembramento accanto al presepe. I più impavidi avrebbero scelto i parenti con i menu più ricchi, altri invece optato per i cenoni aziendali – alla Fantozzi – imbastiti a mo’ di pantagruelico ultimo banchetto pre-affondamento del Titanic, con tanto di orchestrina di addio.

Appresi questi dispacci dall’ultimo tg non ressi il colpo. Mi ricordo chiaramente che accesi il toscanello e scesi in strada. Fissai i balconi vuoti e poi il cielo. Nessuno scendeva per le vie a protestare. Nessuno in piazza, nessuno striscione, nessuno slogan o corteo.

Ero solo. Solo in nome del fatto che, al di là del mio noto ateismo, avrei voluto urlare al mondo quanto poco avesse di sacro quella morsa ottusa che in moltissimi avrebbero perpetrato di lì a breve.

Quando la realtà che avevo attorno era ormai un tutt’uno inalterabile con la mia psicosi, mi colse un’angoscia opprimente ed allora capii in un momento che tutto ciò, essendo insostenibile, doveva essere un fottuto incubo dal quale,  come altre volte, giunti al culmine del terrore, ci si svegliava di colpo.

Anche voi non siete riusciti ancora a svegliarvi, vero?

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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