È difficile essere un Dio – viaggio nella Wasteland dell’umano

Qui non siamo sulla terra. Siamo su un altro pianeta, molto simile ma più arretrato di 800 anni. Esistono diversi pianeti che assomigliano alla terra: questo è il più piccolo e il più vicino, e i castelli locali testimoniano uno stile simile a quello di inizio Rinascimento. Perciò, circa 30 scienziati sono stati mandati ad indagare. Ma il “Rinascimento” qui non è successo: invece è successa una reazione a qualcosa che stava appena per iniziare. Nella città di Arkanar, la capitale di Oltregolfo, tutto è cominciato con la distruzione dell’università, e la persecuzione di liberi pensatori, saggi, studiosi, tecnici. Alcuni sono scappati nel vicino Irukan, dove la situazione è migliore. Altri hanno abiurato o sono stati giustiziati dalle squadre di Don Reba, il guardasigilli del Regno. Le squadre di Reba, formate da allevatori e piccoli commercianti, e vestite di grigio, il colore della pietra locale, di pessima qualità, hanno sbaragliato la guardia reale, prendendo il controllo. […] Qui lui era un nobile di 17ma generazione, figlio illeggittimo di Goran, un Dio pagano locale, nato dalla bocca del dio. Non tutti ci credevano, ma tutti stavano in guardia…

Comincia così È difficile essere un Dio, film russo del 2013 di Aleksej German, adattamento dell’omonimo romanzo di culto dei fratelli Arkady and Boris Strugatsky, autori sovietici di fantascienza (gli stessi autori di Picnic sul ciglio della strada da cui è stato tratto Stalker).

In Italia il romanzo è stato pubblicato nella celebre collana Urania nell’89

Il romanzo, pubblicato nel 1964 e già adattato per il grande schermo nel 1989, narra la storia di Anton, studioso mandato sotto copertura, insieme ad altri scienziati terrestri, su un pianeta alieno. Qui è presente una civiltà che è progredita fino a un livello comparabile al Medioevo umano, ma che non riesce a spingersi oltre, rimanendo ingabbiata in un oscurantismo eterno.

Anton, che ha assunto l’identità del nobile Don Rumata, ha il compito di osservare ma non influenzare, se non in modo minimo e trascurabile, la civiltà locale. Si limita perciò a salvare alcuni degli scienziati e degli intellettuali locali, che nasconde nelle paludi intorno al suo castello dove vive con l’amata sposa Ari. Il film comincia quando uno degli studiosi protetti da Rumata, il dotto Budach, scompare insieme alla sua scorta. Temendo che sia finito nelle grinfie delle squadre dei “Grigi” di Reba, Anton decide di scoprire cosa gli sia successo e comincia un viaggio per tutto il regno alla sua ricerca…

Questo soggetto è potente ed affascinante, sia per le suggestioni fantascientifiche in sé, sia a livello simbolico. L’allegoria si riferisce ovviamente alla realtà sovietica per cui è stato scritto, ma resta attuale nel periodo di fine delle ideologie e di crollo del muro, quando è stato realizzato il primo adattamento cinematografico; e ancor di più oggi, in una fase storica di fanatismi ed oscurantismi di ritorno, un medioevo tecnologico dentro il quale ci troviamo impantanati e dalla quale fatichiamo ad uscire.

 

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Ma a questo punto bisogna fare un salto nel buio: dimenticare la trama, dimenticare il suo significato, dimenticare qualsiasi film già visto e qualunque struttura, forma o linguaggio cinematografico abituale.

Diciamolo meglio e con parole semplici: questo non è un film come siamo abituati a concepire i film: non c’è una “storia” da seguire, non ci sono personaggi con i quali possiamo identificarci o per i quali possiamo provare empatia, non ci sono “scene” con un senso compiuto, né il tradizionale modo con cui la macchina da presa inquadra personaggi e paesaggi. Non c’è il commissario Montalbano che ha un caso da risolvere o Kate Winslet e Leonardo Di Caprio che vedono sbocciare il loro amore mentre la cinepresa li inquadra con un’avvolgente e sognante panoramica sulla prua di una nave che solca le onde del mare al tramonto; né un gruppo di ragazzini americani che durante i fantasmagorici anni ’80 sono alle prese con mostri provenienti da un’altra dimensione e con altrettanto mostruose prime esperienze sentimentali.

A proposito di mostri e di anni 80, beccatevi la mostruosa capigliatura 80s del Don Rumata del film dell’89 😛

Questa è un’esperienza cinematografico-sensoriale differente e unica, per certi versi estrema, per altri versi sontuosa. Per tutte le sue quasi tre ore di durata ci troviamo a girovagare con Don Rumata dentro una Wasteland, una terra desolata, senza capo né coda: un mondo fatto di pioggia, di sangue e di fango. Dentro questo mondo in rovina quello che i personaggi fanno e dicono ha poco senso; il drammatico e l’epico lasciano il posto al bizzarro e al grottesco. Siamo all’esatto opposto di opere come Il Signore degli anelli dove il bene e il male sono chiaramente delineati; dove agiscono personaggi mossi da obiettivi precisi, che fanno dichiarazioni magniloquenti e compiono imprese leggendarie. Qui non si trova niente di tutto questo; non c’è bene o male, c’è solo sterco e fango, e i personaggi si muovono – strisciano – farfugliando e delirando. Non c’è azione, evoluzione, relazione causa-effetto. Solo a posteriori, magari a uno studio attento, è possibile isolare degli scampoli di “trama”, ma durante la visione è molto difficile trovare un filo da seguire.

Il personaggio di Ari, uno dei pochi squarci di bellezza in un mondo in decadenza

Il mondo che Anton attraversa è marcio e putrefatto, fatto di esseri deformi o senza senno, di escrezioni corporee, di costruzioni in rovina, di violenza, demenza, morte e desolazione. Allo stesso tempo è uno scenario medievale mirabile, fatto di corazze, alabarde, balestre, gogne, castelli, segrete, macchine, artefatti, tutto realizzato con una cura del dettaglio maniacale e un gusto per il bizzarro e per il grottesco fuori dal comune. Si resta sbalorditi di fronte a una messa in scena di tale originalità, ricchezza e minuzia, che deve essere specchio di uno sforzo produttivo notevole. La composizione dell’inquadratura è debitrice alla pittura (gli arazzi, la pittura pre-prospettica medievale, la pittura fiamminga), la fotografia è in un bianco e nero che riesce allo stesso tempo ad essere plastico ed etereo, a rendere l’infimo ed il sublime.

Una delle inquadrature più famose della fantascienza e della storia del cinema

Il film è così una vera e propria gioia per gli occhi, una sinfonia visiva di una forza barbara ed estrema.

Dal punto vista tecnico-formale, un tratto molto peculiare è l’utilizzo costante di piani fortemente ravvicinati: la macchina da presa resta praticamente “incollata” a quello che inquadra, con un effetto straniante, che se da un lato aumenta fortemente l'”immersività” e “tira” lo spettatore dentro, dall’altro risulta soffocante. Un ruolo centrale lo rivestono gli effetti ambientali: pioggia, nebbia, vapore, fumo, sono materia e sostanza dell’universo drammatico che il film mette in scena: la vita non è mai davvero uscita da una pozza di fango preistorica dove l’uomo si aggira come un girino sperduto; la storia in un certo senso non è mai iniziata. E la luce, bianca ed intensa, fa da elemento di contrasto, aprendo squarci, facendo risaltare gli sfondi, creando punti focali, improvvisi lampi e lame; un gioco che sottolinea come questo mondo al di là – al di qua – della storia sia territorio di sublime terrore: abbiamo scavallato il lucido, ordinato Rinascimento e dalle miniature di un bestiario medioevale siamo arrivati a Caravaggio, ai plastici e contorti corpi di Bernini.

Dei magistrali campi lunghi all’inizio, al centro e alla fine del film incorniciano la sinfonia e fanno da ouverture, perno e conclusione della pellicola, restituendo la profondondità di campo e una prospettiva lontana, distaccata, riflessiva. È tempo di allontanarsi da questo mondo alieno, e di tornare sulla terra. Col pericolo però di incappare in una delle più classiche nemesi della fantascienza: quella di accorgersi, alla fine, di non averla mai lasciata la terra; e che l’alieno pianeta delle scimmie altro non è che il nostro piccolo, cattivo, consueto atomo opaco del male.

 

La composizione dell’inquadratura è accurata, la messa in scena così ricca di dettagli da essere quasi maniacale
I piani fortemente ravvicinati tirano lo spettatore dentro e danno un effetto straniante e soffocante
All’inizio, al centro e alla fine del film dei magistrali campi lunghi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arriviamo perciò alla fine di questo viaggio con la vivida coscienza di trovarci qui, sulla terra, nella Wasteland dell’umano; dentro un medioevo tutto nostro dove è saltato ogni illuminismo, ogni verità, ogni ragione, ogni scienza, ogni senso. Il cinema russo, del resto, ha antenne particolarmente sensibili per captare questa dimensione: Loveless, un altro film totalmente diverso per soggetto, setting, registro icastico-formale, mette in scena un inferno sostanzialmente uguale: dietro il pretesto narrativo della scomparsa di un bambino, c’è la Russia contemporanea; con la sua assenza: dell’amore, dell’umanità, di Dio, del protagonista, della trama.

Assenza, forse, anche del cinema in generale. O del cinema che abbiamo conosciuto, con la sua capacità di proporre storie, di elaborare intrecci, di farsi luogo dove elaborare il reale, avanzando proposte e soluzioni, fornendo spunti e ispirazione. L’ultima edizione dei premi Oscar si è dimostrata un’ottima annata, ricca di titoli che attestano la vitalità e la forza di questo medium: è stato l’anno di Joker, di C’era una volta a… Hollywood, di Storia di un matrimonio, di 1917, di Jojo Rabbit, di Parasite. Ma non è difficile notare, sotto questa apparente salute, una stanchezza dei consueti linguaggi del cinema, e della sua capacità di essere davvero incisivo sul reale. E uno stravolgimento delle forme tradizionali di fruizione, in uno scenario dove il cinema è cannibalizzato da un lato dalle sempre più voraci e artificiali serie tv, dall’altro dall’atomizzazione audiovisiva della rete, del consumo mordi e fuggi su TikTok e su YouTube.

Il cinema, creatore di miti, di dive e divi, titano novecentesco di luce, caduto dall’Olimpo in un mondo di lillipuziani, si dibatte nella sua nuova condizione di reietto. Incapace di dare risposte a un mondo che non lo riconosce più, riesce a consegnare solo ruggiti di tremendo, barbarico splendore. E se fosse interpellato direttamente, direbbe quello che dice Don Rumata alla fine del film: “è difficile essere un Dio”.

 

Loveless di Zvyagintsev, candidato agli Oscar 2018. Un altro incubo russo. Il trailer riesce a dire molto poco del film, che va visto nella sua interezza

Jet Black

See you back in Ganymede

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