Esterno, notte – Catania, Ixtlan

Consiglio ai naviganti: ascoltare il pezzo linkato in calce, durante la lettura, e non dopo.

 

Accade in un giorno qualunque, in cui camminavo verso il lavoro. Un giorno né troppo allegro, né troppo triste. Un giorno in cui avevo le cuffie alle orecchie e il mio iPod sparava pezzi splendidi, a raffica, uno dopo l’altro. A un tratto ne ha recuperato uno un po’ particolare.
Al mio cervello sono bastati pochi secondi di arpeggio per visualizzare in successione la copertina colorata, i pomeriggi di studio, le serate in macchina, i miei compagni di scorribande di allora, il caldo torrido, le birre ghiacciate. Poi è entrata la voce, ancora nuova, fresca, non incatramata dalle sigarette e dall’alcol. La voce di un cantante giovane e incerto, che stava cercando ancora il timbro inconfondibile e indimenticabile degli anni successivi. Giovane e incerto come a quel tempo eravamo noi, che ci drogavamo di quella canzone e ci attaccavamo ai suoi capezzoli come cuccioli assetati.

 

Well, I hope that I don’t fall in love with you
‘Cause falling love just makes me blue

 

Eravamo in tre, all’inizio di tutte quelle serate, sempre i soliti. Ma poi si finiva a decine, bellissimi e biascicati, stropicciati dalle notti più che dai giorni. A mangiare calzoni sfornati alle 2 del mattino, nel tentativo di riprenderci dall’ultimo giro, quello del colpo di grazia. A camminare con passo stanco verso le macchine, a fumare decine di sigarette di saluto, seduti sulle scalinate, oppure in piedi sulle basole, a volte incandescenti, a volte gelide.

Attorno a noi c’era la città che, a vent’anni era infinita. Nerissima e splendente. Indemoniata. Ogni angolo di quel centro di pece brulicava di gente e di immaginazione. Ogni locale raccontava una storia, ti allungava una mano, schioccava le dita, batteva il ritmo. L’aria sapeva di Jazz, dei film all’Arena in estate, dei cineforum alla Chiave d’inverno, dei Deep South, di gruppi folk alle prime armi, di artisti improvvisati alla Cartiera, di “stasera suona Ferlito”, dei musicisti fantascientifici che si esibivano al Jazz Club, del blues dell’Enola, del Centro Zo, degli shortini alle Torce, dei cocktails al Fondo Bianco, della follia eterna, serale, frenetica, farneticate, fornicante di interi manipoli di giovani affamati. Ragazzi con ancora il fuoco dentro, troppo vecchi per essere spensierati e troppo giovani per prendere le cose sul serio o per fermarsi a tirare il fiato. Troppo giovani anche solo per rimpiangere all’indomani, le follie della sera prima.

 

Well the music plays and you display
Your heart for me to see
I had a beer and now I hear you
Calling out for me
And I hope that I don’t fall in love with you

 

Mentre fuori tutto esplodeva, noi avevamo il nostro posto segreto. Quello in cui arrivavamo sempre in tre ma si finiva a ventine, trentine. Era la nostra tana e tutti sapevano dove trovarci. Un nascondiglio che, appunto, non era per tutti; era invisibile, introvabile. Si trovava in pieno centro e a due passi dalla movida, eppure nessuno riusciva a scovarlo. Nessuno entrava per caso, nessuno si avventurava senza esservi stato sapientemente dirottato.

Il nostro covo odorava d’alcol e di legno. Aveva pochi tavoli e pochi avventori. Finché non arrivavamo noi. E poi c’era Toni. Che era burbero e geniale, che non ci sorrideva mai e che ci aspettava ogni sera con ansia. Che ci spillava delle birre lunghissime e schiumose – le birre migliori che abbiate mai bevuto e che mai berrete – e che ci lesinava i salatini (salvo poi inaspettatamente riempirne due tre ciotole con un occhiolino). Toni passava solo musica eccelsa. Non accontentava mai alcuna richiesta se non era conforme ai suoi gusti.

 

Well the room is crowded, people everywhere
And I wonder, should I offer you a chair?
Well if you sit down with this old clown
Take that frown and break it

 

C’era sempre una nuvola di fumo, un chiacchiericcio soave, un odore imprecisato. E c’erano i musicisti. Che arrivavano all’improvviso, come cavalieri erranti. Tiravano fuori gli strumenti dalle custodie e attaccavano melodie tristi e tormentose oppure ritmi indiavolati. Ognuno trovava la sua degna spalla; un sassofono, un violino, un basso o un’armonica su cui appoggiarsi. Noi avventori osservavamo in silenzio e aspettavamo ogni sera che si compisse il miracolo.

 

Well the night does funny things inside a man
These old tom-cat feelings you don’t understand
Well I turn around to look at you
You light a cigarette

 

In quel covo aspettavamo la magia, sera dopo sera. Le notti senza nome si trasformavano in girandole di luce, in viaggi sulla luna, in gigs inaspettate. E noi partivamo in tre, ma diventavamo dieci, poi trenta, poi migliaia. Chiamavamo a raccolta i fantasmi che a loro volta chiamavamo fantasmi, per ascoltare i loro racconti.

Ogni sera ci sforzavamo di cadere innamorati, di cadere folgorati. C’erano le notti in cui qualcuno di noi si assentava, si perdeva nella città, dentro una macchina annebbiata. Ma poi arrivava sempre in tempo per l’ultima birra, per un ultimo giro di jazz. E ci sono state le notti in cui abbiamo deciso chi volevamo essere, cosa volevamo ripudiare.

 

I can see that you are lonesome just like me
And it being late, you’d like some some company
Well I turn around to look at you
And you look back at me
The guy you’re with he’s up and split
The chair next to you’s free

 

Il nostro covo era immenso, nascosto persino a noi stessi. Chiuso dentro una città infinita, che sapeva di speranza. Il nostro covo ci separava dal mondo, dal diventare grandi, dalla paura. Bastavano le birre Toni, le sigarette rollate, il taccuino alla mano, la scritta sul cesso “tirare l’acqua per favore – qui non si fanno favori”, il calzone in piena notte. Essere in tre ed essere in mille, in una città forsennata che si reinventava ogni notte.

E poi, senza alcun preavviso, smettemmo di frequentarlo così come avevamo cominciato. Smettemmo di essere in tre. Smettemmo di essere ragazzi.

 

Now it’s closing time, the music’s fading out
Last call for drinks, I’ll have another stout
Well I turn around to look at you
You’re nowhere to be found

 

Una sera mi capitò di tornare all’Ixtlan, dopo anni di assenza. Salutai Toni e mi sedetti al mio solito posto. Ordinai una birra. Tutto era uguale. La musica era la stessa di sempre, la birra la stessa di sempre. Passai qualche ora, guardando un gruppo di ragazzi che giocava a freccette. Poi mi alzai e andai a pagare. Toni mi sorrise forse per la prima volta. “Stasera sei ospite mio”, “Perché?”, “Stasera sì. Vederti seduto lì al tuo posto, con la tua solita espressione, la tua solita postura, mi ha fatto tornare indietro nel tempo. E quindi ti ringrazio”, “Grazie a te Toni”, “Torna qualche altra volta”. Annuii e andai via.

 

I search the place for your lost face
Guess I’ll have another round

 

All’Ixtlan non ho mai più messo piede. Adesso vivo in un’altra città. Molto più grande di quella che avevo lasciato. Una città in cui tutto succede e tutto è immaginifico. Una città che mi ha dato una vita nuova e appagante. Eppure non sarà mai davvero mia.
Perché la mia unica e sola città sarà per sempre quella Catania struggente di metà anni 2000. Quando tutto succedeva e noi eravamo ancora ragazzini. Quando avevamo così tanta paura da non riuscire mai ad essere davvero spaventati.

 

And I think that I just fell in love with you

 

Ps. Un saluto affettuoso a Claudio il libraio e Nino il pasticcere,
compagni di scorribande
e parte essenziale di questo fumoso memoir.

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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