Franco Battiato. Una sfera di cristallo non si spegne mai.

Un pessimo risveglio quello di ieri mattina.
L’ennesima doccia ghiacciata che il bollettino di guerra della musica italiana ci consegna ogni tanto, di recente anche abbastanza spesso.
Ho letto tante chiacchiere. Ho sentito intonare La cura come un salmo a Međugorje. Ho visto le dirette facebook davanti la sua casa di Milo, ai piedi dell’Etna. Ho lasciato che i miei occhi venissero stuprati da storie di oche mononeuronali che su instagram incollavano presunte citazioni di Battiato peggio di quelle di Jim Morrison.
Non ho avuto il piacere però – ma sarò io sfigato – di scrutare un articolo degno di nota tra gli improvvisati musicologi e gli immancabili fan post-mortem. Un classico rondò contemporaneo delle nostre atmosfere social, quelle belle, degli anni 2000.
Prendete il bicarbonato – datemi retta – vi servirà.

Oggi l’Italia intera si chiedeva cosa avesse perso con la scomparsa di Franco Battiato. Ieri però cantava Calcutta. Dopodomani tornerà a cantare Calcutta. Statene certi.
Nessuno non si senta offeso.
Io vorrei invece pensarla tanto come lui, come Franco. Con lo stesso mood di quando ebbi il piacere e l’onore di essere suo ospite una decina d’anni fa.
Le cose cambieranno – diceva – parlando della situazione culturale e politica del tempo. Lui non mostrava ottimismo: di più. Era come se avesse già visto tutto da una sfera di cristallo.
Riuscì a placare la mia disillusione e spegnere d’incanto per un momento il mio cinismo. Gli diedi sempre del lei, così come può darlo lo zerbino di casa (cosa che avrei fatto volentieri in casa sua come professione).
Dopo un caffè e qualche aneddoto sulla sua imminente (ed ultima) partecipazione a Sanremo 2011 come ospite, capii che avrei voluto chiedergli un elenco sterminato di chiarimenti, di particolarità, domandargli se avessi potuto – chessò – lavargli i piatti o passare la notte a guardare le mura totalmente coperte di librerie piene zeppe e quadri e volumi e non basterebbe una vita per farsi raccontare tutto.
Un pigmeo di fronte ad un gigante che mal tollerava il lei e continuava a dondolarsi su di una sedia di legno avveniristica.
Andai via catatonico. Il cervello in overclock. Un homo di neanderthal in automobile. Forse avevo davvero incontrato la sfera di cristallo della musica italiana.

Sarebbe stato il caso di chiedergli – per esempio – come cazzo ci si rapporta a Stockhausen? Com’è la sensazione di far passare Jodorowsky per un materialista? Che diamine ha provato nel testare per primo nel ’71 quei rozzi assemblati di silicio e plastica che sembravano più dei pezzi di astronave che dei sintetizzatori?
Ed ancora: cosa ti passa per la testa quando ti esibisci al parco Lambro a Milano nel ’74 tirando fuori mescalina sonora dagli altoparlanti mentre Iva Zanicchi vince Sanremo con Ciao cara come stai?
Mi fermo qui.
Ognuno vede in questa sfera di cristallo ciò che vuole vederci. Un talismano, un rabdomante, un folle provinciale con la mania dell’esotico, un naif introverso, un riservato pittore o, più semplicemente, i 50 anni più profondi che la musica italiana poteva donarci.

Sgalambro, Panikkar, Giusto Pio, Gurdjieff, il Dalai Lama erano solo il contorno dell’unico piatto forte che da quasi mezzo secolo Franco praticava assiduamente: la meditazione. Aveva rigettato le droghe psicotrope ben presto, eliminato l’alcol e le sigarette. Si era immerso in se stesso, spegnendo tutto il resto, per poi riaccenderlo ogni volta che componeva. Ogni album, ogni brano, ogni concerto erano un diapason col quale accordarsi, un viaggio da farsi raccontare, il trip di una geografia mentale sempre rovesciata.

Siamo sicuri che Battiato sia morto? Cos’altro poteva dare? Cos’altro poteva fare? Cos’altro poteva portare a galla un beta?
Non lo so. Non credo che si possa chiedere altro. Non credo che la Sicilia potesse donare di più.
Forse è il caso di sforzarsi di pensarla come Franco, di contemplare, di darsi tempo per non perderne altro, di sforzarsi di cercare, di abbandonarsi fedelmente e trovare.
Proprio la sua saldissima fede verso l’oltre – in senso lato ed assoluto – lo ha condotto fuori, per un altro giro, sicuro fino in fondo di non smettere mai di essere energia.

Franco è andato via, per ora. Franco è ancora e non sarà mai passato. Franco è dovunque.
Franco è.

 

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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