L’inquietudine subconscia di Hieronymus Bosch

Alla fine del 1400 il mondo artistico in Europa era costellato di grandi talenti, italiani e non, tutti intenti a dipingere madonne, a scolpire santi ed angeli, o a ritrarre scene di corte e miti del passato. Uno dei pochi che vive invece parecchio lontano dai lumi dell’Umanesimo e del Rinascimento è l’olandese Hieronymus Bosch. Questo pittore fiammingo, contemporaneo di Leonardo da Vinci, sembra piombare piuttosto dagli inizi del ‘900, come Doc in Ritorno al futuro, non solo per lo stile ed i soggetti analizzati, ma per la profondità psicologica espressa in ogni singolo centrimetro della tela. Bosch ha infatti ereditato ed elaborato la simbologia medievale, ma posiziona e muove le figure nel quadro come il direttore di un circo. Sembra mettere l’accento infatti sull’aspetto più irrazionale e trascendente della visione di Erasmo da Rotterdam.

Assistiamo quindi ad una vera e propria fusione di quotidiano e immaginario: uomini-carro, penitenti accompagnati da grossi topi antropomorfi o macchine per la tortura provenienti dai migliori incubi di Stephen King. Persino nelle scene bibliche il sacro appare, per dirla in due parole, decisamente “meno sacro del solito”. Il divino può esprimere finalmente, nelle sue opere, tutto il proprio potere in una folle articolazione dell’inevitabilità. Anche capolavori come Il giardino delle delizie nascondono metafore grottesche, a cui vengono miscelate fantasie erotiche e bizzarre figure storpiate. Tutto si immerge in un racconto visivo estatico ed inquietante al tempo stesso, in cui va in scena così l’intero estro intellettuale dell’autore, che lo contraddistingue nettamente rispetto a qualunque altro artista.

Hieronymus Bosch

Bosch sembra aver viaggiato parecchio nella vasta materia inconscia del vizio, della vendetta divina e del terrore. Ci appare infatti come un antico palombaro che è riuscito a scendere negli abissi della mente – quelli abitati silenziosamente da ciascuno di noi – ma dopo esser risalito, questi ha imparato a giocare con gli strumenti psicotropi carpiti nei suoi viaggi. Più di Freud ispeziona il lato emotivo della realtà, per poi attraversare una sottile e invalicabile soglia e giungere infine al nucleo della sensazione stessa, sia questa dannazione o piacere (o la congiunzione di entrambi). Ciò che ammanta ogni quadro non è pertanto la costante condizione disagiata dei suoi personaggi ma la coscienza di fondo che enuncia la fallibilità umana e la mette a nudo, contro ogni pudore e pietà.

L’uso sfrenato del colore diventa il sismografo che ci permette di cogliere l’aspetto visionario evidenziato dall’autore. Dalle inquietanti figure vermiglie che accompagnano i protagonisti, fra animali le cui forme ricordano flauti e viole, sino alle anime indulgenti più chiare e rarefatte, costellate da paesaggi tetri e sconfortanti. Tutto è l’esasperazione di se stesso e della presenza divina che terrorizza e comanda la scena. I demoni, come secondini e boia, affliggono ogni pena possibile affinché la morale cattolica medievale possa scavare nelle psiche turbata degli astanti al quadro. Vien da sorridere se si pensa che per uno stile così all’avanguardia ed una tale ricerca sul sogno bisognerà aspettare quasi 500 anni, affinché si possa trovare un altro artista degno di questi voli pindarici. Ma sono sicuro che Salvador Dalì sapeva usare una DeLorean.

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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