Intervista con l’autore: Claudio Marucchi e il suo Daimon

Claudio Marucchi torna sulle scene con il suo nuovo libro Daimon – I sentieri del Sé al di là del bene e del male. Un volume intenso, ricco di esperienze personali, che ripercorre parte della propria storia più intima svelandola al lettore. La chiave di lettura è certamente lo sforzo della ricerca individuale, l’inquietudine giovanile e l’autocostruzione della propria personalità. Smarcando la veste dell’autobiografia, l’autore si racconta così in modo diretto permettendo tuttavia al lettore di identificarsi nelle fasi più genuine del conflitto fra adolescenza, mondo interiore ed esteriore. Un’opera che affascina e che mette in risalto finalmente il soggetto, fuori da ogni egocentrismo.


Di rado ai giorni d’oggi ci si imbatte in cultori dell’esoterismo che sono divulgatori ma soprattutto testimoni e protagonisti sulla propria pelle di ciò di cui parlano o scrivono. Quanto il Claudio Marucchi uomo ed esoterista si dona al Marucchi autore?

«In realtà sempre di più. Originariamente non esisteva alcuna distinzione e, ad onor del vero, non ho scelto di diventare un autore ma è capitato. Il Claudio Marucchi uomo si è trovato a fare soprattutto il saggista e proprio in tal modo è nato quindi il dualismo. Man mano che passa il tempo c’è una sorta di graduale identificazione tra le due componenti. L’autore sconfina nell’attore e l’attore nell’autore. Così i libri sono diventati via via sempre più intimi ed i due vasi sono ora pienamente comunicanti».

In questa tua ultima opera parli del passaggio dall’idea di psiche come cerchio chiuso a quella di psiche intesa invece come antenna che può captare tutto. In cosa consiste questa apertura?

«Le due alternative non si escludono a vicenda. Io diffido dai dogmatismi troppo rigidi e l’idea di antenna, che non è solo mia, è presa dagli studi del mondo classico che definiscono la psiche come un campo aperto, attraversato da forze. La visione del cerchio chiuso mi porta un po’ a storcere il naso perché lascia poco spazio all’apertura e sottintende uno stato di autosufficienza personale che non trovo veritiero. Negli ultimi decenni, sopra queste convinzioni, sono stati costruiti motti poco realistici come: “È tutto dentro di te! Se vuoi puoi! Tutto ciò che capita lo hai voluto!”. Personalmente diffido molto da questa illusione di controllo che è in realtà megalomania e che mette il soggetto al centro di un mondo di cui non è del tutto padrone».

Quanto siamo distanti da quel momento, astratto o meno, in cui impareremo ad ascoltarci, come descrivi nel libro, nello stesso modo in cui tu hai fatto da bambino?

«Non lo so, purtroppo. Nel mio caso chiamo in causa la fortuna, nell’accezione latina di sorte. Può esser buona o cattiva. Forse sono stato davvero fortunato perché la mia inquietudine geminale è stata identificata ed ascoltata. Solo rapportandomi a questa ho avuto la possibilità di farmi delle domande e di ottenere, spesso, delle risposte. Non vale probabilmente per tutti e dipende da quanto si è aperti ad una sensibilità e ad una disponibilità d’ascolto introspettivo. Spesso ad una esperienza negativa segue una parziale o totale cancellazione della stessa, che è solo un sedativo in realtà. È l’attraversamento e la sosta in ciò che sembra scomodo e doloroso a permettere invece ad ognuno di ampliare le proprie potenzialità, di fare tesoro dell’esperienza».

Nel tuo percorso personale c’è sicuramente un momento cruciale in cui lo studio accademico della filosofia ti viene in soccorso. Quale scuola in particolare?

«Certamente la filosofia mi ha permesso di ripercorre e scolpire gli itinerari della ratio e l’edificio del pensiero razionale, che nell’antica Grecia ha le sue fondamenta. Vi è però, a mio parere, un tipo di filosofia dalla quale mi terrei alla larga e parlo, in particolare, di quella che si presta – o si prostituisce – alla polis e alla politica. La filosofia che oggi parla di morale e di società è una filosofia morta, dove Platone ha già detto tutto. I filosofi che fanno gli opinionisti, in particolare, mi fanno un certo effetto. Vanno in tv e frequentano i salotti dei rotocalchi riducendo la dialettica della filosofia a meri livelli dicotomici: bene e male, giusto e sbagliato, si fa e non si fa ecc. ecc. Mi fido maggiormente invece dell’ontologia o della teoretica, che hanno a che fare molto di più col linguaggio che con la morale. Il filosofo vero dovrebbe tornare ad essere un individuo pericoloso, temuto e di cui diffidare, perché dovrebbe riuscire a trasformarti».

C’è qualcosa che credi che manchi nella storia dell’esoterismo e che soltanto andando molto indietro nel tempo – o parecchio avanti magari – potremmo finalmente trovare o ritrovare?

«Forse sì. Credo che l’oggetto in questione sia un certo afflato contemplativo che consenta di ospitare certe forme di bellezza o di diluirsi in alcune di esse. Trovo che ciò che dovrebbe essere recuperato per una piena realizzazione di sé ha a che fare con l’abbandono panistico del soggetto, quasi fino a giungere alla cancellazione di esso. Perdersi nell’incanto di un’opera d’arte o nella natura selvaggia, entrare quindi in dinamiche che lo tirino fuori dalla logica degli obiettivi, degli scopi, dell’utilità obbligatoria dell’esperire».

Credi che il creare un’epica personale in cui immergersi da bambini, come fatto da te, possa fare una netta differenza nella formazione di un uomo?

«Assolutamente sì. Molti dei lettori di Daimon mi hanno scritto entusiasti sottolineando l’empatia e l’effetto specchiante di questo libro. Sembra infatti che sia stato scritto per poterci ritrovare tutti e poter dire che, nonostante le distanze siderali di incomunicabilità che abbiamo – paradossalmente nell’era della comunicazione – ci troviamo d’accordo su molte peculiarità dell’adolescenza. Chiaramente il vero punto comune è l’immaginazione e la creatività. Qualcuno magari viveva la propria epica personale coi video games o coi giochi di ruolo. In altre parti del mondo meno fortunate, l’epica personale è sopravvivere, ma quello è decisamente un altro paio di maniche».

L’uso di sostanze psicotrope viene definito da te, e non solo, come la possibilità di amplificazione di talune facoltà mentali, talvolta forzando aree che forse andrebbero trattate con maggiore tatto. Credi che queste droghe possano essere delle prerogative di accesso verso alcuni lati meno conosciuti della nostra psiche?

«Non per tutti. Ho conosciuto persone che con un uso uguale al mio hanno sviluppato cicatrici indelebili. Non siamo tutti uguali. Il sistema sociale, inoltre, criminalizza le varie possibili evasioni dalla coscienza additandole come sofferenza. Le alterazioni degli stati di coscienza nelle culture tribali sono ancora oggi parte della normalità, nella nostra società vengono invece subito additate come follia. L’evasione sicuramente è una possibilità offerta da certe sostanze, ma non tutti sono in grado di provare quel tipo di esperienze. Credo che bisognerebbe guidare i giovani in certi ambiti e non demonizzare l’argomento, ottenendo poi l’effetto contrario. Sono sicuro, piuttosto, che sperimentando certe cose in modo protetto e seguito si eviterebbero parecchie deviazioni della personalità, talvolta anche violente».

In Daimon parli di un tuo momento “destruens” che durante l’adolescenza diviene una condizione basilare affinché ci sia poi una parte “costruens”. Credi che la prima fase possa avvenire anche nell’età più matura di un uomo?

«In quel caso si andrebbe incontro a non poche complicazioni. Da grandi si è già dentro vicende di vita che rendono molto complesso il rifarsi la pelle. Sei sposato, hai un lavoro, magari hai dei figli, un mutuo di 25 anni da pagare. Insomma, dopo è un problema. Puoi abbandonare tutto ma è uno strappo violento che trascina con sé una serie importante di conseguenze. Il vero momento in cui mettere tutto in discussione è l’adolescenza. È anche vero tuttavia che, coi tempi che corrono, questo periodo si sia un po’ dilatato. Il mondo costruito dai nostri genitori, nati dopo la guerra con l’incombenza di ricreare tutto, ci viene adesso dato già fatto e lo ereditiamo con la possibilità di metterlo in discussione e di metterci in gioco abbattendo alcune strutture che sono ormai vecchie. Perché è il loro mondo, non il nostro. Farlo evolvere è la nostra grande scommessa».

 

Foto di copertina di Alex Gallo – Revoltmasked

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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