Intervista con l’autore: Pollio ed il successo dell’album Humus

Pollio, giovane cantautore milanese classe ’84, si racconta sui nostri schermi dopo l’uscita del suo primo album Humus. Il debutto da solista, dopo oltre un decennio come voce ed anima degli Io?Drama, segna un nuovo inizio nella carriera di uno dei più interessanti artisti della scena alternativa italiana. Cantante e strumentista poliedrico, Pollio collabora anche al progetto benefico Rezophonic, che unisce tanti grandi musicisti con l’obiettivo di raccogliere fondi per la costruzione di pozzi d’acqua nelle zone più carenti del pianeta. Artista dinamico e genuino, spesso “poco avvezzo al compromesso”, Pollio celebra ora l’ambito accesso alle finali di Musicultura 2018, il più importante concorso musicale italiano. Incrociamo quindi le dita in attesa del prossimo 21 aprile, quando si troverà a sfidare gli altri 15 finalisti al Teatro Persiani di Recanati, sotto gli occhi di una giuria d’eccellenza, composta da nomi del calibro di Enrico Ruggeri, Ron, Claudio Baglioni, Carmen Consoli e Giorgia.


Quale parte di te credi che sia stata spesso seguita, o inseguita, dalla tua parte artistica?

«Credo che il mio lato artistico abbia inseguito tacitamente la mia parte istrionica, soprattutto durante le esibizioni. Quindi una parte che comunica all’esterno, che si dà, che si mostra. Non ho mai fatto segreto di avere piacere nel trovarmi di fronte a platee e di trovarmi a raccontare cose che magari sono stato io a scrivere. Tutto ciò credo che sia qualcosa di innato che perseguo da sempre nei vari progetti di cui ho fatto parte».

Cosa significa essere fra i finalisti di Musicultura 2018?

«Significa essere arrivato, con grande impegno e dedizione, ad un ottimo risultato senza averci buttato sopra, però, troppe aspettative. Si dà il meglio senza aspettarsi necessariamente un ritorno. Siamo molto contenti anche per aver vinto il premio come miglior performance e questo grazie soprattutto a Giuseppe Magnelli che mi accompagna in questa avventura. Abbiamo avuto anche modo di conoscere tanti altri artisti con cui confrontarci, che rappresentano la vera nuova scena musicale. È una gara che ci sta stimolando tantissimo, perché è un palco molto serio dove viene rivolta un’attenzione particolare per quella che è la nostra musica e per l’album Humus».

Cosa vorresti che il tuo nuovo album abbia in più, in particolare, rispetto ad Humus?

«Omogeneità, certamente in misura maggiore, perché sento l’esigenza di mettere a fuoco un mio immaginario che in Humus c’è ma che è il risultato di periodi diversi. Per metà infatti sono brani che tenevo nel cassetto e che ho tirato fuori per l’occasione, visto il debutto da solista. Il nuovo progetto sarà invece tutto nuovo, composto da brani scritti, per forza di cose, nell’arco massimo di due anni».

Pensi che la disillusione e il disincanto che troviamo nei tuoi pezzi possano evolversi ancora?

«Sì, penso proprio di sì. Perché credo fermamente in quei momenti di disillusione e li trovo personalmente indispensabili nell’elaborazione dei fallimenti, per esempio. Enunciarli e definirli con disincanto mi dà una certa soddisfazione. Se certe cose, come la disillusione, si guardano in faccia e si interiorizzano, credo possano diventare per un artista una forza propulsiva. Penso però che, al momento, l’evoluzione di questi stati emotivi non sia la mia voglia più grande. Probabilmente cercherò di tendere a canzoni che mi facciano sentire nuovamente diverso, portando comunque con me una certa patina oscura».

Se Pollio sessantenne potesse tornare dal futuro, cosa avrebbe da dire al Pollio trentenne?

«Certamente due cose: arrabbiati di meno. Questo è un tratto che sto cercando, in qualche modo, di perseguire andando verso una certa direzione. In seconda istanza: non vergognarti. Mai farlo, artisticamente e non. Se pensi di non avere tabù, in realtà li stai avendo. E quando scrivi prova a toglierteli, al di là di quale sia la tua maschera o il tuo confessionale. Se sei convinto di non avere inibizioni stai già sbagliando, perché potresti essere sempre più aperto. Abbracciare questi consigli è una sfida che ho già intrapreso con me stesso».

Qual è il tratto che, secondo te, il Pollio degli Io?Drama  ha passato come un testimone al Pollio di adesso?

«Senza dubbio il continuare a crederci. Ero pienamente dentro quel progetto e quel progetto era la mia vita perché ci immergevo tutto ciò che avevo e provavo. Adesso, lo stesso modo di crederci è passato al mio percorso solista. C’è quindi un passaggio di testimone di certo, con una continuità nel fare musica e nel viverla che è rimasta intatta, con quella passione che ti guida nell’esprimere le tue idee. La disillusione e un certo tipo di rabbia sono anche state ereditate dalla parte più scura degli Io?Drama e si possono rintracciare anche in alcuni brani di Humus».

Di cosa credi che abbia bisogno la scena musicale alternativa di oggi?

«Manca un po’ di rischio. Ce ne vorrebbe un po’ ancora. Bisogna proseguire su questa scia, nonostante spesso si sia dipendenti dai like e questo influenzi non poco le dinamiche interne. Bisogna avere ancora più coraggio, bisogna sperare nell’esplosione e nella crescita di nicchie e di novità, ed io spero che ce ne siano tante. Mi auguro in particolare che nascano nuove scene e che ci sia fermento, senza nessun timore. Tutto ciò che si sta muovendo oggi, infatti, deriva dal fatto che negli scorsi anni gli amanti di questo mondo hanno avuto – e continuano ad avere – il piacere di rimestare il fondo della pentola, andando a cercare qualcosa di meno visibile ma non per questo meno degno di nota, sino a portarlo poi su, alla ribalta».

C’è una sfera emotiva che credi di non esser riuscito a toccare ancora come vorresti?

«L’amore. Ho la fortuna di viverlo, tra l’altro, ma non sono riuscito a trattarlo nei miei brani come avrei voluto. Sento che esce fuori ogni tanto, si manifesta in certe frasi, in significati nascosti nel testo, in rimandi indiretti magari. Secondo me è anche molto difficile da toccare, nonostante l’ingente presenza di canzoni sull’argomento che ascoltiamo dovunque. Talvolta – lo ammetto – mi viene da dubitare un po’ sulla genuinità delle ispirazioni che ci stanno dietro. Certamente, però, credo di non aver sviscerato artisticamente il tema nella sua grande potenzialità e di sicuro, scoprendolo bene, sono certo che getterei luce su una parte di me che adesso non conosco come si deve».

Nei tuoi live, soprattutto in quelli più intimi, riesci a plasmare atmosfere a tuo piacimento. Come si fa a modellare la scena in questo modo?

«Innanzitutto entrando in scena e vivendo per primi, sulla propria pelle, quella situazione che non hai studiato e che non conosci. Non mi piace preparare troppo il live, anche perché spesso preferisco non vedere neanche bene tutto ciò che mi troverò di fronte. Il palco è il palco. Bisogna sentirlo e sentire le vibrazioni addosso. In duo con Giuseppe Magnelli, ad esempio, non abbiamo quasi mai una scaletta fissa, cerchiamo invece di entrare nel mood giusto e modelliamo ciascun pezzo sulle corde. Non ce lo diciamo, andiamo avanti, ci guardiamo soltanto. Se sentiamo che il pezzo deve rotolare ci lasciamo rotolare con lui. Lo allunghiamo, improvvisiamo, non ci fermiamo davanti a niente. Altre volte, invece, ci raccogliamo in momenti un po’ più lisergici e visionari e questa dimensione la si percepisce tantissimo dal pubblico che assorbe il tutto e asseconda l’istinto onirico di quel frangente di concerto».

 

Foto di copertina di Rosamagda Taverna

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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