Amore get up Geht vorbei a Cummeddia – Vita, opere e miracoli di Cesare Basile

Una cosa è sicura: in un mondo messo in ginocchio dalla pandemia, dove ogni certezza sembra sgretolarsi, pure quest’anno il libro di Bruno Vespa ci sarà. Come ogni periodo pre-natalizio l’arzillo giornalista settantaseienne ha già fatto il giro di tutti gli altarini televisivi, dove ha discusso amenamente di Covid (oscillando tra il suo classico aplomb istituzionale e sovversive concessioni al limite del negazionismo) e ha pubblicizzato la sua nuova fatica. E la promozione è stata fatta anche grazie al corona-virus, che trova posto sulla copertina di un’opera che “racconta la storia di due dittature, quella di Benito Mussolini e quella del signor Covid”.

Noi però, che un pizzichino più sovversivi di Vespa lo siamo, questo Natale insolito vogliamo consigliare una strenna diversa. Si tratta sempre di un libro; un libro che parla anch’esso di storia, una storia forse meno “ufficiale” ma sicuramente non meno collettiva e universale; che parla di peste, una peste che piaga non tanto il corpo, quanto l’anima; e di una cometa, che forse è presaga di disastro, forse preannuncia una palingensi; una (ri)nascita che, proprio come nel Natale cristiano, disperde le tenebre del mondo.

Libro di testi musicali della casa editrice Arcana.
Negli anni ’80 e ’90 la Arcana era quella del “Libro dei testi”, dove potevi trovare, in epoca pre-internet, le lyrics del tuo gruppo preferito.

L’opera si intitola Amore alzati che passa la Cummeddia di Cesare Basile ed è la biografia del cantautore catanese; è l’esordio di Raffaele Michele Petrino, catanese anch’egli ma residente a Milano, ed è uscito da qualche settimana, edito da Arcana, storica casa editrice che festeggia i quasi 50 anni di fondazione e che quando si parla di musica è sempre in prima linea. Dentro a questo libro infatti troveremo tanta musica: molto rock, compresa la scena alternativa italiana che si è imposta a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio (quella degli Afterhours, dei Marlene Kuntz e degli Almamegretta, per intenderci); punk, new-wave, blues e folk; musica elettronica e persino grosse pietre battute l’una con l’altra a mo’ di ancestrale percussione.

Ma oltre alla musica troveremo molto altro: rivoluzioni e formule magiche. Donne che tagliano col coltello la coda alle trombe d’aria, prostitute transessuali che hanno un rapporto intimo con Gesù o bidelle assassine che uccidono i loro mariti nel sonno. Troveremo politica, riflessioni sul potere, anarchia. Troveremo tanto epos, e dramma e poesia, come nelle rappresentazioni dell’Opera dei pupi, il tradizionale teatro delle marionette siciliano. E soprattutto troveremo la radice più profonda che sta dietro al bisogno dell’uomo di raccontarsi e raccontare, e che è all’origine dell’arte del cantatore, il narratore di storie: la parola che non tanto riflette, ma trasforma il mondo.

 

Amore, get up

[…S]tavo diventando un uomo libero e, per diventare anche un musicista libero, quello che dovevo fare era non aspettarmi più niente dalla musica, in quanto a riconoscimenti. Dovevo liberarmi dell’idea – che sempre mi aveva accompagnato – che io meritassi qualcosa. Perché questa idea mi portava a fare dei compromessi e a non pensare alla musica per quello che era realmente: quella cosa di cui non potevo e non posso fare a meno.

Devo ammettere due cose: la prima è che non conoscevo Cesare Basile. Cioè, sono anch’io catanese e se sei in contatto col fermento culturale della città il suo nome fatalmente “ti arriva”. Sapevo quindi chi fosse, sapevo della caratura del personaggio ed ero al corrente dell’esperienza del Teatro Coppola; però, forse per questioni generazionali, la mia vita underground si era fermata al periodo della raggiante Catania, passando col nuovo millennio a una condotta più “borghese” e a una cultura più “ufficiale”. Il nome di Basile non mi era quindi nuovo, ma non conoscevo l’opera del musicista e neanche il suo percorso artistico e umano.

La seconda cosa che devo ammettere è che conoscere questo percorso e quest’opera grazie alla lettura di Amore alzati mi ha stregato. Non soltanto mi ha stregato, ma ci ho trovato molti punti di contatto con il modo che ho maturato anch’io di concepire l’arte e il ruolo dell’artista. Ossia, la ricerca di una coerenza e di una purezza che rifugge i compromessi e le promesse di una visibilità facile ma vacua ed effimera, e che invece punta all’autenticità e all’individuazione di un contesto dove la propria voce può avere un’azione incisiva.

Questa però è una recensione, e non è certo il luogo per rendere conto del percorso di Basile: a ciò ci pensa il libro di Petrino. Quello che ci interessa è il modo in cui la storia dell’artista etneo viene raccontata. Perché, e qui viene il bello, a questo punto avviene una magia: il biografo del cantastorie si fa cantastorie anch’egli. E questo è quello che risalta più di tutto: che a differenza di tanti libri onesti di critica musicale questo è un testo scritto con la doppia mano del giornalista e dello scrittore; del critico e dell’aedo; del saggista che vuole fornire tutta una serie di informazioni utili (e anche riflettere su di esse) ma anche del narratore che vuole allargare la vicenda di cui narra. E ci riesce benissimo.

Ma andiamo con ordine. Let’s get up – alziamoci – e cominciamo il viaggio.

Geht vorbei
La Cummeddia di Cesare Basile, sezione fotografica.
Il libro è ricco di materiale fotografico che ripercorre tutta la carriera dell’artista. Qui Cesare con la sua band nella Berlino post-muro.

Quando ho provato a immaginare un titolo per questo pezzo, mi sono scontrato col fatto che non ne avrei trovato uno più bello di quello del libro stesso, che a sua volta è la traduzione dal siciliano di un verso di Basile. Non potendo quindi resistere alla tentazione di usarlo, ho scelto di caratterizzarlo traducendolo a mia volta in più lingue.

Perché?

Perché Petrino, aiutato in questo dalla vicenda biografica di Basile, struttura il suo materiale in tre parti. E queste parti coincidono con tre fasi della vita dell’artista, che inizia la sua carriera nel fermento della “Catania rock” degli anni ’80 e ’90. Si allontana poi dalla Sicilia alla ricerca di un nuovo orizzonte per la sua musica, approdando prima in una Berlino punk post-muro, poi in una Mediolanum del nuovo millennio diventata centro della scena alternativa italiana. Infine torna nella sua città natia maturando una nuova poetica e una nuova visione del mondo. Italiano, quindi; tedesco più inglese, lingua franca del rock; e siciliano.

Qualsiasi studente di sceneggiatura sa bene che la struttura in tre atti sta alla base del racconto classico: un inizio, un conflitto e una risoluzione. Petrino destreggia talmente bene questa forma che la piega ai suoi scopi, sublimandola in tante sfumature e tanti registri diversi. Abbiamo così un inizio dove viene descritta l’infanzia del musicista con un piglio calmo e ampio che oscilla tra il realismo magico e il romanzo di formazione; poi una accelerazione e una deflagrazione quando si parla dei primi passi della carriera di Basile e delle diverse scene culturali con le quali si confronta. L’opera consegna in questo modo non solo il ritratto dell’artista, ma quello di tre città e di quattro decenni che sono quelli della nostra vita.

Panta rei. Geht vorbei. Passare. Evolvere.

Un ripassino agli anni della Catania rock

Arriviamo così al “terzo atto” del libro, forse quello più difficile, dove l’autore si confronta con la “risoluzione”: la fase finale di un Basile che ha maturato un percorso di vita e d’arte, arrivando a posizioni di pensiero e a una prassi che sono “politiche”, nel senso più grande e filosofico che quasta parola può avere. I contorni dell’uomo sfumano qui in una figura più grande; una figura leggendaria e mitica, come la definisce lo stesso biografo in una “avvertenza” all’inizio del libro. Maneggiare una materia del genere, che è incandescente e liquida come lava, è difficile. C’è il rischio dell’agiografia, c’è il rischio del “pippone”, c’è il rischio di appiattire il proprio punto di vista in quello del personaggio di cui si sta parlando, consegnando un resoconto unidimensionale e partigiano. Queste rapide sono superate brillantemente dall’autore, che ci consegna un finale equilibrato e sontuoso.

Prima di parlarne, però, non dobbiamo far passare in secondo piano una cosa molto importante, anzi principale: la musica. Questo è dopotutto un libro di giornalismo musicale, edito da una casa editrice specializzata nel settore. Petrino, che con l’alias Jeremiah Dixon scrive di musica sul blog La Linea Mason-Dixon, in questo senso fa un lavoro solido e magistrale. Procedendo per album, ogni canzone ed esperienza musicale di Basile è analizzata, messa in contesto, e rendicontata col raro dono della sinestesia: l’autore riesce cioè a descrivere talmente bene con le parole i vari brani di cui parla che sembra di sentirli con le proprie orecchie. State bene attenti, perché finirete col posare ogni 5 minuti sul divano o sul comodino il libro o l’e-book reader (a seconda che stiate leggendo la versione cartacea o digitale della biografia): sarete infatti vittime dell’irrefrenabile tentazione di prendere lo smartphone per cercare su Youtube o su Spotify i brani che l’autore descrive con la potenza di uno spot che mostra in Tv una bibita ghiacciata.

E spesso non resisterete alla tentazione di berla, questa bibita. Proprio come il vostro recensore che prima della conclusione di questo articolo vi propone un intermezzo musicale. Uno dei suoi preferiti, un Basile d’annata. Andate indietro nel tempo, nella Catania degli anni ’80 e ascoltate i Candida Lilith:

 

 

A Cummeddia
La Cummeddia di Cesare Basile, sezione fotografica.
Un ritratto in primo piano del Nostro.

Dopo aver letto il libro, e prima di scrivere questa recensione, ho chiesto conferma ad alcune persone ferrate in siciliano autentico (cosa molto diversa dal dialetto depotenziato/italiano regionale rimasto per lo più in uso oggi) se il termine cummeddia significasse davvero cometa e, allo stesso tempo, aquilone, così come risulta dai versi di Basile e dalle pagine dal libro. Forse con una presunzione un po’ snob sospettavo che il cantautore avesse utilizzato una licenza poetica poi ripresa dal suo biografo, non so. Fatto sta che la conferma è prontamente arrivata, e con essa tutto l’arabesco di rimandi semantici e allegorici di questa parola siciliana.

All’inizio dell’articolo abbiamo parlato proprio di questa cometa che forse annuncia una tragica peste, forse annuncia una rinascita. E a questo punto probabilmente dovrei sciogliere la metafora, spiegare che la peste rappresenta “un’apocalisse che è già arrivata a livello sociale e culturale, che serpeggia indisturbata tra uomini disattenti” e che la rinascita è la “presa di coscienza, ottenuta tramite la pratica del pensiero differente, lo studio del passato e dei suoi riflessi sul presente”. Ma a liquidare in un paragrafetto la Weltanschauung di Basile non si farebbe un favore né al percorso di vita, arte e pensiero dello stesso, né al libro di Petrino che tenta di restituirlo in tutta la sua sfaccettata multiformità.

Cantare degli ultimi, vivere un’anarchia non ideologica ma esperita giorno per giorno in tutta la sua problematicità e precarietà, cercare la cifra universale dell’uomo, dei suoi problemi e del suo stare al mondo, riappropriarsi delle proprie radici come una dimensione ancestrale, e del siciliano come una lingua magica e sciamanica, sono tutti punti di partenza più che d’arrivo. Non a caso l’artista siciliano è un Caminante, come suggerisce il nome della sua ultima formazione musicale.

[A] ben vedere, la vicenda di Cesare Basile appare più una lezione di “metodo”, che un catalogo di idee e pensieri. Ridurre Basile semplicemente all’elenco delle sue posizioni finirebbe per disinnescare la portata dell’esempio fornito da un musicista che si è sempre sforzato di coltivare il pensiero differente, per poi mostrare al proprio pubblico i frutti delle proprie riflessioni, non per imporne gli esiti, ma per stimolare a fare altrettanto.

Ecco, per me il significato di Cummeddia, intesa come l’opera di Basile e come il libro che la racconta, si avvicina molto a quello di “commedia” dantesca, con cui l’arcaico termine siciliano fa assonanza (fonetica e semantica). È cioè una di quelle opere-mondo che non parlano di una cosa specifica, ma di tutte le cose: dell’infinita varietà della vita e della sua interminabile successione di bene e di male, che si intrecciano in un gioco eterno.

La Cummeddia di Cesare Basile, copertina
Pure se sono un talebano pro e-book, ho voluto prendere la versione cartacea del libro.

La qualità migliore dell’autore, oltre alla sua bravura di giornalista, di scrittore e di critico musicale, sta forse nella capacità di tenere insieme le tantissime fila del racconto con l’abilità di un giocoliere, alternando biografia, analisi d’ambiente, critica musicale, etnografia, riferimenti colti e riflessioni acute; il tutto senza stancare mai, senza perdere il ritmo, palesandosi come un narratore presente ma mai ingobrante.

Il risultato è un libro che appassiona, facile da leggere senza essere banale, intellettuale senza essere snob, lontano da certi stucchevoli giochini autoreferenziali che ammiccano ai letterati “alla moda”, ai musicisti “del giro”, ai giornalisti “del settore”. In maniera coerente, Amore alzati è un libro che raccontando di Basile si rivolge agli uomini, e parla del loro essere su questa terra. E così facendo trova una parola che trasforma il mondo, più che coglierne pallidamente un riflesso.

Qualcuno ha detto che il Natale di questo disgraziatissimo 2020 dovrebbe essere un Natale diverso; un Natale che, sia per i credenti che per i laici, dovrebbe puntare all’essenza delle cose, a una riflessione profonda più che a un’orgia di merci o consumi. Ecco, spero che mi perdoni Bruno Vespa, ma non vedo libro migliore per questo Natale. E anche per gli altri giorni dell’anno che verrà.

 

 

 

Foto in evidenza: dettaglio della copertina del libro; “Useppe”, collage di Cesare Basile

Jet Black

See you back in Ganymede

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