La desemantizzazione al tempo di Instagram

Qualche mese fa mi trovavo in una grande capitale europea. Un viaggio rapido, di un paio di giorni, per una conferenza. Ero arrivato in tarda mattinata, dopo un volo abbastanza assonnato. Ho raggiunto la mia stanza di albergo, ho consumato un pasto frugale e mi sono messo in cammino. La città, la conoscevo già abbastanza bene. C’ero stato qualche anno prima. E non nego di aver fatto di tutto per poter prendere parte al quell’evento anche per godere nuovamente di quella bellezza incantevole.

Ho camminato parecchio, mettendo alla prova la mia buona resistenza fisica. La città si sviluppa su valli e colline, in un susseguirsi infinito di ripidissime salite e discese mozzafiato. Ad ogni curva uno scorcio di stucchevole bellezza. Dopo qualche ora, ormai sfinito, ho deciso di riposare un po’ ai tavolini di un chiosco, in una piazzetta situata in vetta a uno dei colli. Dal mio posto si vedeva la sponda opposta della città, il castello e il mare, sullo sfondo. La cameriera mi ha portato svelta una birra ghiacciata, che ho bevuto quasi in un sorso solo. Ho posato il bicchiere sul tavolo. Avevo ancora il telefono in mano, indeciso sulla foto da fare. Cercavo la prospettiva giusta, quando sono successe una serie di cose, tutte nella mia testa, che adesso vi racconto.

Il bicchiere stava lì, di fronte a me, puntato contro il panorama. La birra dorata solleticava i sensi. Pensavo di fare quella foto, perché mi sembrava giusta, mi sembrava che avrebbe rappresentato perfettamente quel caldissimo giorno di luglio. Sarebbe stata una foto che avrebbe avuto un senso preciso. E sarebbe stata una foto che avrebbe contenuto una narrazione: sono in viaggio, in una città di panorami struggenti, ho deciso di riposarmi, di ristorarmi con una birra, vedo il mare lontano, di fronte a me, sono circondato da gente rilassata e allegra, probabilmente sono felice, oggi il mondo sembra un posto migliore. La mia foto avrebbe potuto contenere questa semplice trama – semplice perché non sono un fotografo e non sarei stato in grado di raccontare qualcosa di più profondo con una semplice immagine. Eppure, mi resi conto che quella foto, in fondo, non avrebbe raccontato proprio nulla.

Ho pensato che in quello stesso momento – ma anche in questo momento, e un momento fa, e tra un momento – le bacheche dei social si sarebbero riempite proprio di immagini identiche, di bicchieri sui tavolini, immortalati contro gli sfondi più disparati. Ma ciascuna di quelle foto non avrebbe avuto nessuna identità. Un po’ come diceva Don DeLillo in un famosissimo romanzo, non è più l’esperienza che il fotografo cerca di immortalare, ma il suo richiamo, il segnale luminoso, l’ombra. Non la foto al servizio del mondo, ma viceversa il mondo al servizio della foto, il mondo che esiste solo per diventare immagine – nel nostro caso post.

In quel pomeriggio, casualmente, mi sono trovato a riflettere sul fatto che la foto che avrei voluto fare per il me-stesso-futuro, era stata del tutto desemantizzata. In altre parole, era un puro segno, che non avrebbe rimandato a nulla, che non avrebbe rivelato nessun significato, che non avrebbe contenuto nessuna narrazione. Sarebbe stata un gesto vuoto che rimandava ad altri gesti vuoti, che hanno senso solo nel loro ripetersi identico ed estenuante, nel richiamarsi e rispecchiarsi l’uno con l’altro. Un po’ come mettersi a gridare delle vocali a pieni polmoni e in una piazza stracolma: A, A, U, I I I I, E. Tutti capiscono che c’è qualcuno che urla delle lettere, magari che quelle lettere sono vocali, ma nessuno avrà idea di cosa vogliano dire, o se vogliano, in effetti, dire qualcosa. Come dei pappagalli che ripetono perfettamente i suoni che li circondano, in un gesto splendidamente estetico senza alcuna funzione comunicativa.

Quel giorno ho rimesso il telefono in tasca, finito la birra e ripreso il mio cammino. Ho preferito che quell’immagine rimanesse al sicuro nella mia testa, dove ha ancora un suo valore e un senso.

Ironicamente, quella notte ho sognato di essere un pappagallo sgargiante, in una piccola gabbia, spinto a ripetere all’infinito ‘cocoooritooo’, senza avere idea del perché. Senza avere idea che il mio suggeritore rideva alle mie spalle, senza avere idea che dietro di lui c’erano altri a sganasciarsi, senza avere idea che fuori dalla mia gabbia ci si divertiva un mondo. Senza sapere che ero un pappagallo, o che quella che mi circondava era una gabbia.

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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