L’architettura orientale tra forma e sostanza

Regole, misure, proporzioni. Lo spazio che ci circonda e le architetture che lo occupano rispettano questi semplici punti da sempre. In che modo tutto ciò avvenga è un concetto che lega tremendamente l’aspetto visivo e fisico – la materia quindi – con quello meno tangibile, ma non per questo meno vero. Ho la vaga impressione che riuscirò a confondervi stavolta. Concepire la struttura di un qualunque edificio significa infatti implicitamente elaborarne la forma, la percezione ed il senso stesso. Non bisogna pensare però per forza a monumenti possenti per capacitarci di questa cosa o portare alla mente torri e mausolei di imperatori o faraoni. Per fortuna la forma, ogni tanto, è anche sostanza. Vedere per credere.

Immaginate un pozzo. Un semplice pozzo. Un’opera che ha innanzitutto un utilizzo ed uno scopo, al di là della forma che possa avere. Proviamo a concepirlo con una conformazione tale per cui questo sostenga da solo le proprie pareti ed in cui il fondo sia facilmente raggiungibile nonostante la profondità. Il Chand Baori, pozzo a gradini situato nello stato indiano del Rajasthan, è probabilmente il più fulgido esempio in cui si manifestino tali specifiche proprietà. Questa magnifica opera architettonica, datata VII secolo d.C. e composta da 3500 gradini, è forse quanto di più ipnotico possa aver creato l’uomo fra le grandi costruzioni. Nei 13 piani del pozzo vi sono infatti numerose geometrie che mettono le proprie componenti in perfetto equilibrio, sia fisico che visivo.

Una vera e propria piramide rovesciata in cui le proporzioni diventano le autentiche fondamenta che rendono autoportante la sua struttura, permettendo così anche al nostro sguardo di godere di un senso di bilanciamento quasi magnetico. La differenza tra forma e sostanza, allora, inizia a sfuggirci lentamente di mano. L’architettura, intesa come disciplina, può quindi esser chiaramente intesa come il campo in cui l’intangibile matematica si manifesta in un gioco ordinato fatto di materia. Il calcolo diventa la proiezione di ciò che sarà la resa efficiente di una struttura che prende vita. La scelta di colore e materiali farà poi il resto.

Quello che alla fine ci rimane, considerando la maestria e l’intelligenza orientale, è lo stupore che si prova quando ci si trova di fronte ad una chiara espressione di ponte mentale. La sensazione è proprio quella di esser riusciti a far materializzare un certo ordine interiore, una predisposizione ben strutturata, quasi meditativa. Lo spazio attorno infatti, in questo caso, ci permette di sperimentare fedelmente la nostra sensibilità. Il pozzo non è più un pozzo ma il tentativo, come tanti altri capolavori asiatici, di rendere solida una percezione (che poi è sostanzialmente ciò che fa ai giorni d’oggi l’arte contemporanea con le installazioni).

Diffidate dunque da chi vi propone grandi e lunghi ponti, quand’anche siano sullo Stretto. Fatevi piuttosto un ponte mentale tutto vostro. O magari un pozzo, come Morgan in Altrove.

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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