L’arte monumentale dimenticata degli Spomenik

Conosciamo tutti la natura libera, incondizionata e spesso anche poco comprensibile dell’arte. Ogni espressione artistica è però spesso tremendamente legata, oltre che al suo autore, anche al territorio a cui appartiene e da cui viene partorita. Dal sud America alla Siberia, dall’isola di Pasqua a Stonehenge, il frutto della creatività umana è sempre stato modellato infatti per scavare un solco, per fissare un punto o un ricordo, per comunicare – in qualche modo – al futuro e col futuro. Nell’epoca contemporanea questo istinto non ha affatto perso il suo spirito primordiale, intrecciandosi saldamente con la storia e con gli eventi che si sono susseguiti nel tempo. Un validissimo esempio, molto poco conosciuto, sono gli Spomenik. Queste monumentali opere d’arte, costruite per volontà del Maresciallo Tito fra gli anni ’60 e ’70, sono posizionate in un’ampia area comprendente Serbia, Montenegro, Croazia, Bosnia e Macedonia. Il dittatore jugoslavo infatti commissionò questi lavori ad importanti designer e scultori locali, come Vojin Bakic e Gradimir Medakovic, con l’obiettivo di commemorare i migliaia di caduti in guerra e i deportati nei campi di concentramento, celebrando così anche la forza del regime socialista balcanico.

A metà fra architettura e scultura, gli Spomenik ci appaiono come possenti totem, dalle forme futuriste estremamente astratte, disseminati nel contesto paesaggistico come meteoriti appena caduti e lasciati alle intemperie del tempo. Eppure fino a una trentina d’anni fa erano attrazioni molto frequentate per la loro funzione educativo-patriottica ed i loro creatori non avrebbero mai immaginato che sarebbero diventati invece uno dei simboli della disfatta comunista. Nonostante lo scenario a tratti post-atomico dei territori circostanti, straziati dai conflitti di inizio anni ’90, l’originalità di queste creazioni risulta essere comunque lampante. Geometrie imponenti, talvolta molto complesse, che lasciano il visitatore in uno stato a metà fra la meraviglia ed il timore, soprattutto per la particolarità quasi “aliena” che sembra aver ispirato la loro realizzazione.

Lo stile anacronistico concepito dai suoi artefici testimonia la fiduciosa lungimiranza su cui tutto il progetto si basò, in un’epoca in cui l’Unione Sovietica era ancora una superpotenza, capace di intendere i decenni a venire come un campo fertile dove fissare le proprie radici per cementificare la vittoria della guerra fredda. Glorificare pertanto i propri morti in guerra significava dare chiaramente un senso alla loro morte, ma si traduceva in particolar modo nella creazione di esempi nobili per quanti tenevano ancora alla patria. L’arte, in questo caso, si proclama come espressione intensa di un punto che percorre trasversalmente diversi aspetti emotivi e pragmatici. È propaganda, ricordo e commemorazione, ma anche progettualità, speranza, sprone e ardore. Fissa le identità, getta le basi per stili d’avanguardia ma rimane, universalmente, il solo strumento che rende immortali le idee.

Viene da chiedersi, allora, se ci siano o si stiano costruendo ai giorni d’oggi gli Spomenik di una qualche altra cultura dominante o presunta tale. Se saranno fatti di pietra e cemento, come gli originali, o se magari certe costruzioni siano adesso immateriali o digitali, con le sembianze di condizionamenti elaborati a tavolino, o di fantasie distopiche che forse attendono solo il loro tempo.

 

Fotografia di copertina di Michael Kötter

Fotografia nel corpo dell’articolo di Jan Kempenaers

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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