“Le otto montagne” di Cognetti, una nota personale

Le otto montagne di Paolo Cognetti si era aggiudicato il Premio Strega, ho provato un piccolo sussulto di felicità. Non perché io nutra particolare rispetto per un concorso letterario dalle metodologie di selezione più che discutibili, quanto perché da anni sono convinto che Cognetti sia uno scrittore vero. Uno dei migliori in circolazione, in Italia. Per quanto discutibile sia, il premio ha rappresentato una presa d’atto di questa cosa.

Le otto montagne è stato un libro che ho molto apprezzato. Un libro diverso dai romanzi precedenti – molto diverso dallo già splendido Sofia veste sempre di nero, per esempio. Un libro più secco, essenziale e, oserei dire, esistenziale. Che ti porta a farti delle domande grandi e a guardarti indietro, cercando ombre negli angoli della tua mente, nel tentativo di scovare le luci che le hanno generate.

In questo romanzo Cognetti disegna una serie di rette che si puntano frontalmente, procedendo in direzioni opposte: ragazzo di città-ragazzo di montagna; padre-figlio; dialetto-italiano; reale-ideale; altura-pianura; civiltà-natura; urbe-monti. Tutte queste opposizioni sono sintetizzate nella coppia di termini che anima il racconto: Pietro-Bruno, gli amici di una vita. Otto poli al cui centro sta lei, la montagna. Intesa sia come luogo fisico e geografico – il monte Grenon in cui Pietro andava a passare le estati con la famiglia –, che come luogo astratto, luogo altro, dimensione ideale ed esistenziale.

Il libro ruota attorno a questi elementi. È la storia dell’amicizia tra Pietro e Bruno, tra il ragazzo di città e il ragazzo di montagna. Ma in realtà è la storia delle due metà di uno stesso intero, che platonicamente tendono l’una verso l’altra. La storia di due opposti che cercano una sintesi per scoprire che la sintesi c’era già dall’inizio, c’è stata da sempre; che ciascuno dei due trova senso solo nello sguardo dell’altro.

Ma c’è un motivo preciso per cui ho amato questo libro così tanto. Io sono siciliano, cresciuto nella Sicilia orientale. Per me “la montagna” è sempre stata un vulcano immenso che ci osserva dall’alto, che ci castiga e protegge. Una montagna isolata, unica e imperiosa, con cui però non ho mai instaurato un rapporto simpatetico così profondo. Eppure, leggendo Le otto montagne ho capito perfettamente quale fosse l’entità degli elementi in gioco. Per farlo è bastato trasferire leggermente lo sguardo, scendere dalla montagna verso il mare.

Io sono siciliano e quindi figlio di un’isola. Di un luogo finito e concluso. In Sicilia hai una certezza che ti porti dentro da generazioni: partendo da qualsiasi punto e andando verso qualunque direzione incontrerai alla fine il mare, lì, ad aspettarti. Come i personaggi del romanzo di Cognetti che alzano lo sguardo verso l’alto per vedere le vette innevate, noi lo distendiamo in orizzontale, sapendo che, svolgendosi verso l’infinito, da qualche parte il nostro sguardo accarezzerà l’azzurro dell’acqua. Il mare per noi è un luogo totale, è l’altro che ci rappresenta. Un luogo di cui si ha una nostalgia perenne, anche così, mentre lo stai ancora guardando, mentre ci sei ancora in mezzo. E così sono le montagne nel romanzo di Cognetti.

Leggendo di Bruno, del ragazzo che conosce solo la montagna perché mai è sceso al livello del mare, mi sono dunque tornati in mente alcuni pescatori dei paesini litoranei, delle Acitrezza, Roccalumera, Mazzara del Vallo, Castellamare del Golfo di questo mondo. Quelle figure scultoree, scavate nella roccia, che scrutano l’acqua impassibili, che sanno interpretare ogni alito di vento. Uomini che hanno trovato se stessi, non nell’accumulo, nella ricerca, nella raccolta e nell’affastellamento, ma bensì nella riduzione, nello scarto, nell’eliminazione. Che vivono in un’unica dimensione, costante, perpetua e immutabile. Personaggi assoluti, come “assoluto” è il Bruno di Cognetti. Eroi greci che affrontano con fierezza l’ineluttabilità del loro destino. Che non hanno dubbi perché per avere dubbi servono delle scelte e loro di scelta ne hanno sempre avuta una e una soltanto.

Procedendo lungo il filo di queste considerazioni, ho intravisto nel romanzo un misticismo poetico fino ai limiti dell’intollerabile. Una bellezza immane e riappacificante. Ci ho trovato le tracce di un dramma mitico e leggendario, senza tempo e senza luogo. Lo stesso misticismo di cui il vecchio nepalese parlerà a Pietro in uno dei suoi innumerevoli viaggi per il mondo: per i nepalesi il mondo è rappresentato da un mandala, costituito da otto montagne e otto mari. Al centro c’è il monte Sumeru. Il detto chiede: “avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?”.

La stessa domanda ci pone Paolo Cognetti. Avrà imparato di più Pietro, il ragazzo di città che ha studiato e parla l’italiano, che vede la montagna come luogo di fuga; Pietro che ha viaggiato per il mondo e provato a vedere quante più cose possibili, a scappare per poi tornare, girando per le otto montagne? Oppure Bruno, il ragazzo cresciuto in montagna, che nomina le cose in dialetto con i nomi dati dai suoi avi, che non si è mai allontanato e che è sempre rimasto, a tutti i costi, immobile e impassibile, al centro del mandala?

Per provare a rispondere a questa domanda che ci riguarda tutti da molto vicino, bisogna prima avere la forza di arrivare fino all’ultima pagina di questo magistrale racconto.

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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