Ma quale arte? Questo è solo Cattelan

Su Maurizio Cattelan, artista italiano oramai quasi sessantenne, negli ultimi anni credo sia stato detto tutto ed il contrario di tutto e non è affatto un caso che la critica sia così divisa e contrastante.
Quello che invece si fa fatica a leggere è un’analisi puntuale sulle radici di questa fase dell’arte, di cui Cattelan è uno dei massimi esponenti, ed in cui molti addetti ai lavori non sembrano del tutto coscienti. Forse sarà il sintomo della mancanza di una diagnosi seria o, peggio ancora, di un paziente che non comprende la complessità della sua “patologia” pur essendone informato. Ma andiamo per gradi.
Dopo oltre un secolo dall’orinatoio di Duchamp ed a quasi sessant’anni dalla celebre merda d’artista di Manzoni l’arte, e quella italiana in particolare, sembra arenatasi attorno ad un punto, come una nave che sosta incagliata in un isolotto, senza mai riprendere il mare aperto e le sue nuove avventure.

Così, dopo parecchie correnti artistiche discutibili (transavanguardia in primis), ci si trova ad esprimere ciclicamente un messaggio che sembra aver stufato sia per forma che per contenuto. Guarda caso, gli unici che non sembrano annoiarsi affatto sono invece i creatori di tam tam mediatici, nonché le gallerie che ospitano opere come l’ormai celeberrima banana di Cattelan. L’opera (sic!) ormai andata perduta perchè mangiata dal performer David Datuna, ha dato infatti vita ad un estemporaneo “avvenimento artistico” denominato Hungry Artist (artista affamato), suscitando chiaramente lo stupore dei presenti e di quanti pensavano che fossimo arrivati al culmine della provocazione. Ci sbagliavamo e continueremo probabilmente a sbagliarci.

Sembra che si sia innescata, o si sia nondimeno rivelata, un’altra delle possibilità che lo show business può creare per legarsi ancora più indissolubilmente all’arte. Pare infatti che un artista come Cattelan stia marciando convinto di contrastare una cattiva piega presa dall’arte, ma sia finito per alimentarla a sua volta facendole fare un ulteriore passo verso quella gratuita provocazione che deve far notizia a tutti i costi, anche quando l’opera stessa venga danneggiata o, ancora peggio, svanisca dietro una performance che la immortala definitivamente, rendendola così “unica”.  E non pochi sono stati gli stimatori dell’artista italiano che, dopo aver preso le sue difese per il contestato gabinetto in oro massiccio, si sono accorti che qualcosa era sfuggito al senso delle cose, forzando le basi stesse di ciò che non può seguire gli istinti delle mode pubblicitarie o dei trendsetter social.

Personalmente ricordo di aver bestemmiato quando mi son reso conto di cosa aveva innescato quella performance di “sovrapposizione artistica” svoltasi davanti ad una banale parete bianca con del nastro adesivo. Non tutti infatti hanno capito che le dinamiche interattive ultracontemporanee, miscelate alla voglia di celebrità e ad una furbesca boutade, hanno dato il via ad una moda che non tarderà sicuramente ad espandersi. Sia ben chiaro che non parliamo di brusche irruzioni agitate da motivi politici o da ideologie contrastanti nel campo delle varie filosofie dell’estetica, ma di pura visibilità mediatica. Viene da pensare che il tutto sia stato una trovata sin dall’inizio, come quelle a cui spesso Cattelan ha dato spazio, talvolta con espliciti fini puramente pubblicitari, come la volta in cui prestò la propria fronte per la réclame di un noto brand di telefonia mobile.

Giustamente taluni non hanno potuto fare a meno di far notare, come il critico Francesco Bonami, che l’opera consista nel fatto che se ne parli, con buona pace di quanti hanno finora sostenuto le ancora vive potenzialità di un’arte concettuale che avrebbe ancora tanto da dire. Stavolta però ho una strana sensazione, quasi un sesto senso che mi porta a pensare che molti artisti, Cattelan compreso, siano passati colpevolmente da incendiari a pompieri, facendosi così parte di quel circolo vizioso attorno a cui ruota l’arte del quotare, o l’arte di oggi, ça va sans dire. Questo rapporto incestuoso fra mercato ed autore non solo brucia buona parte della verve creativa di molti, ma sostiene un meccanismo tanto semplice quanto efficace che non concede spazio se non all’eclatante, all’iperbole dell’appeal, all’estremo a tutti i costi. Il risultato appare poi formalmente vivissimo perchè rimbalzato nelle stories di milioni di utenti colpiti dall’ilarità dell’happening, piuttosto che dal vero contenuto riconducibile al fare artistico.

Di quale arte parliamo allora? Di quella che Agnetti, Bonalumi, Castellani e tutta una generazione mezzo secolo fa ha creato, spostando tutto il peso sul gesto mentale trasposto solo in parti criptiche nella materia? O di quella di un Jeff Koons che crea riproduzioni in serie di palloncini cromati a forma di cane quotati più di un Monet? Probabilmente risulterò oltremodo cinico ma credo che, come affermava il buon Heidegger, “ormai solo un dio ci può salvare”. Menomale allora, possiamo finalmente tranquillizzarci. Siamo certamente spacciati.

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Voglio maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetto" permetti il loro utilizzo. Puoi consultare la nostra informativa estesa al seguente indirizzo: http://www.tortuca.it/privacy/

Chiudi