Mafia, ovvero il triste futuro della democrazia

Mafia è una parola che salta fuori costantemente. Nei discorsi ordinari e in quelli straordinari. Soprattutto quando sei siciliano, te la ritrovi spesso sulla punta della lingua, o, ancora più fastidiosamente, piantata nelle orecchie. Te la ritrovi nell’angolo buio della stanza, nel cassetto che non osi aprire. Quando si parla di elezioni regionali, quando leggi una rivista, vedi un telefilm, fai zapping su YouTube. La cosa poi è ancora più frequente se, come nel mio caso, da qualche anno ne hai fatto, in parte, anche oggetto di studio.

Il 15 novembre di mafia si parlava all’Istituto di Cultura italiana a Londra. Per esserci ho dovuto cambiare un biglietto del treno, comprimere tutti i miei impegni in una girandola furiosa di un paio d’ore e correre come un disperato. Eppure il titolo dell’incontro era troppo allentante per mancare: Money Laundering: Mafia and the Future of Democracy. Così come di primissimo piano erano i nomi dei due speakers, Federico Varese, celebre professore di criminologia a Oxford e Franco La Torre, figlio di Pio, il celebre l’autore di quella che è forse la più importante legge contro la mafia approvata in Italia, e per questo assassinato nell’aprile del 1982.

Il rischio, quando si parla di mafia (o forse in questo caso sarebbe meglio dire mafie, considerato il taglio internazionale dell’analisi), è sempre quello di farne un argomento cool e anche un po’ glamour; di giocare sulla tensione, con il macabro; con i corpi squagliati vivi nell’acido, la spietatezza e la violenza, con la segregazione volontaria, il pizzino, il rito, il silenzio omertoso, le bocche storte, gli sguardi torvi. E il pericolo è dunque quello di de-realizzarla, rendendo l’argomento astratto, scontornato e quindi impalpabile. Di mascherare il fenomeno e trasformarlo in qualcosa  di diverso dall’unica cosa che invece esso è: un fatto sociale e politico.

Per fortuna, nessuno di questi rischi è stato corso il 15 novembre a Belgrave Square. I due interlocutori hanno lasciato spazio soltanto alla concretezza, al fatto compiuto, a dati e statistiche, alle esperienze personali (Varese nella sua carriera ha incontrato e intervistato diversi mafiosi, soprattutto russo alcuni li ha addirittura seguiti da vicino per un po’; La Torre porta quel marchio tra le lettere del suo cognome, innestato sul cuore). Il discorso ha toccato molti degli argomenti di cui mi sto occupando nell’ultimo periodo, facendo sponda con alcune delle mie letture recenti. E ha demolito alcuni luoghi comuni e finte certezze che ci portiamo dietro in questa strana epoca.

La prima certezza a cadere è stata l’idea che riguarda la solidità dei sistemi democratici. Secondo entrambi gli intervenuti la mafia, lungi dal mal sopportare le democrazie, in esse trova terreno fertile e fiorisce. Varese è inequivocabile quando afferma che più un sistema è democratico più la mafia è capace di fare in esso profitti. E non può dunque non venire in mente il saggio capitale di Colin Crouch, Postdemocrazia: in esso si delinea un mondo in cui i sistemi democratici delle nazioni più prospere e importanti del mondo possono essere definiti tali solo finché ci si limita ad analizzare la libertà del voto e la legittimità degli scrutini, ma smettono di esserlo quando si passano in esame tutti gli altri aspetti. Crouch parla infatti di democrazie posticce, in cui le decisioni che contano sono prese lontano dalle sedi istituzionali, dentro piccole stanze che nessuno conosce, da gruppi di persone che nessuno ha scelto, secondo interessi che non sono collettivi.

La seconda tessera a cadere è la fiducia nel libero mercato. L’idea che il mercato si regoli ed equilibri da solo non è altro che una menzogna. Il mercato è per sua natura sbilanciato e divide in maniera altamente iniqua. Questo è meno evidente nei periodi di espansione economica, ma diventa lampante nei periodi di crisi. Il sistema capitalistico neoliberista rappresenta il terreno di caccia perfetto per i gruppi criminali: uno spazio aperto pieno di prede e senza controlli. Due anni fa l’economista Paul Mason lo ha evidenziato chiaramente in un libro divenuto subito un best seller, Postcapitalismo.
In generale il neoliberismo ha fallito nella sua missione (apparente e millantata) di creare un mondo più prospero e civile, trascinandoci di fronte alle terribili minacce del surriscaldamento globale e dell’aumento demografico incontrollato. Francis Fukuyama si sbagliava e si sbagliava di grosso: la storia è tutt’altro che finita.

La terza certezza che svanisce riguarda la fonte dei proventi delle mafie. le radici della mafia affondano ormai tanto nel sottobosco delle attività criminali, quanto in quelle apparentemente legali; il money laundering, appunto, il riciclaggio. Quelle che noi scambiamo per infrastrutture, per centri abitativi, per espansione edilizia, per vendita di servizi finanziari sono attività gestite (non tutte e non sempre, chiaramente) direttamente o indirettamente da associazioni mafiose. E le città con il più grande giro d’affari non sono certo Palermo, Napoli, Bari o Reggio Calabria, ma Londra, New York, Roma, Milano.

 

Un mondo insomma che sembra sfuggire dal controllo, in cui il maggior problema è che le persone – gli elettori dei sistemi democratici –, spesso, o meglio quasi sempre, non hanno accesso a un’informazione del tutto trasparente e approfondita, ma annaspano tra le ridicolaggini dei talk show e le menzogne diffuse dai social media (lo scandalo scoppiato in seguito alle elezioni americane, con Facebook, Twitter e YouTube sotto processo per non aver ostacolato l’azione di disinformazione messa in atto dai russi ne è un esempio lampante).

E allora cosa ci resta da fare? Su questo i due invitati sono molto discordi. Federico Varese sembra molto sfiduciato. L’unica cosa che riesce a suggerire è di provare ad alzare il più possibile il livello di consapevolezza della gente. Cercare di metterla in allerta perenne, di renderla cosciente di quali siano i rischi e quale la posta in gioco.

Franco La Torre ha un’idea diversa. Nella sua concezione ottimistica anche queste, come molte altre volte nella storia umana, non sono che difficoltà momentanee. Gli uomini hanno sempre trovato una via – spesso a colpi di machete – nelle foreste dei secoli e dei decenni. E così sarà anche stavolta. Attraverseremo pure questa tempesta. Saranno le nuove generazioni a trovare una risposta.

Ma ci sembra evidente che, questo potrà avvenire solo a patto che noi le aiutiamo a porsi le domande giuste.

 

L’immagine in evidenza raffigura un graffito del celebre writer britannico Banksy

Nel corpo del testo invece, la copertina dell’ultimo volume pubblicato da Federico Varese

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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