Un assolo e la liberazione: Master of Puppets

Master, master, where’s the dreams that I’ve been after?
Master, master, you promised only lies.
Laughter, laughter, all I hear or see is laughter.
Laughter, laughter, laughing at my cries.
Fix me.

Croci bianche, a perdita d’occhio, sullo sfondo di un tramonto da fine del mondo. Cimitero spettrale, spazzato da un vento implacabile. Due mani che, all’orizzonte, tendono i loro fili, dietro un nome scolpito contro l’infinito; lo stesso nome che negli anni ‘80 ha devastato la scena del metal mondiale.

Master of Puppets è l’album più bello, più politico, più fortunato e, forse per questo, maledetto. L’album del successo e del lutto: mentre veniva promosso in Europa, l’autobus che portava in tour la band perse il controllo, finì fuori strada. Cliff Burton fu catapultato fuori, e venne schiacciato dall’enorme massa di metallo.

Il braccio destro fu l’unica cosa che i suoi compagni furono in grado di vedere. La mano con cui dava voce al suo basso micidiale.

Basso, metallo, morte, Metallica. I cambiamenti portano perdite, portano croci.

Il secondo pezzo dell’album è la title track. Il brano più suonato e riarrangiato della loro lunga carriera. Un pezzo contro la dipendenza e lo stato di sudditanza mentale legato all’uso delle droghe. Sulla perdita di coscienza e di controllo; come quello di un autobus che deraglia su una strada nevosa. La droga è la burattinaia che ci trasforma in pupazzi inermi, incapaci di fare il nostro stesso bene, di capire il nostro futuro, di seguire i nostri sogni.

Eppure cocaina, eroina, anfetamina sono droghe forti, ma non certo le più pericolose, perché sono agenti che colpiscono l’individuo. E i Metallica non erano un gruppo moralista e bacchettone. Sapevano che ci sono droghe più potenti, che colpiscono più nel profondo, che dilagano più a macchia d’olio, che investono le masse – o “i popoli”, come avrebbe detto qualcuno in un’epoca passata. I discorsi ipocriti, vuoti, ignoranti, di rabbia, intolleranza, reclusione, sono le droghe peggiori: infettano il sangue di intere generazioni, avvelenano i sogni di intere nazioni.

Master of Puppets è un brano sulla liberazione, sul tagliare i legacci che ci imbrigliano e ci impediscono di camminare e di pensare da soli. Un gesto importante quando è compiuto a livello individuale. Fondamentale quando diventa collettivo. In un altro contesto, si chiamerebbe rivoluzione.

Master of Puppets è un pezzo potentissimo, fatto di riff che avanzano impetuosi, che s’inseguono l’uno con l’altro, che non danno il tempo di prendere il fiato. Le chitarre corrono sull’orlo del baratro, senza mai guardarsi indietro, s’incrociano in un fuoco di scintille. Fino al minuto 3:31, quando tutto cambia. Quando un’eco si disperde nello spazio: “MASTER, MASter, master”.

A quel punto il pezzo si fa melodico, arpeggiato, dolce, delicato. Le dita accarezzano le corde. Arriva un primo assolo rassicurante, rilassante, carezzevole. È il momento di un’estasi profonda; di una riconciliazione con se stessi. Quello in cui ci si risveglia dall’incubo.

Finché la chitarra di James Hetfield non esplode in un rombo. Per ricordarci che ogni cambiamento richiede uno sforzo, ogni rivoluzione implica una lotta. Significa affrontare il nemico, guardarlo negli occhi: “Master, master, where’s the dreams that I’ve been after […]”.

A quel punto, ci piomba addosso il secondo assolo di Kirk Hammett: infinito, vertiginoso, implacabile, velocissimo, disperato. Ci porta al limite della sopportazione, ci spinge all’estremo, al punto di rottura. Ci trascina fino al confine in cui il cielo, impassibile, si specchia nell’abisso. Poi le chitarre ripartono nella loro corsa spericolata, e riprendiamo da dove avevamo lasciato, verso la conclusione. La trasformazione è finita; non ci è dato sapere se il colui che è arrivato all’ultima nota è lo stesso che aveva ascoltato la prima.

Ma non importa. Non tutti i cambiamenti vanno a buon fine, non tutti ottengono il massimo. Non tutte le liberazioni sono totali. Così come non tutte le rivoluzioni si compiono fino in fondo. Nell’incertezza rimane solo una certezza; quando queste avvengono perché necessarie e indispensabili allora, nella loro parabola, si lasciano sempre dietro un momento apicale, di catarsi purissima, e di purificazione; un assolo prima melodico e poi fulminante, un urlo prima disperato e poi di assoluto godimento.

Qui a Tortuca, davanti a un buon grog, lo rammentiamo sempre a quanti sono impegnati a divincolarsi, schiavi delle loro catene. E lo raccontiamo a tutti i viaggiatori di oggi, persi nel cimitero di croci bianche, sotto il tramonto eterno di un secolo vecchio, che non vuole rassegnarsi a tramontare.

 

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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