Progettando l’assalto alla dispensa dei vicini: memorie dall’isolamento

La finestra era appena socchiusa. Pochi centimetri di spazio tra il telaio e il davanzale pensavo fossero sufficienti. Mi sono dovuto sporgere oltre la balaustra, per rendermene conto, oltre il vetro di protezione, con il piede incastrato tra un lastrone e l’altro per non perdere la presa, con i gomiti che scivolavano, un po’ sudati per il caldo, in equilibrio precario, sbilanciato in avanti, con il sole che rimbalzava ovunque, incendiando il cotto dei mattoni.
Avevo valutato la distanza del salto, la quantità di rumore che le suole delle mie scarpe da ginnastica avrebbero prodotto contro il legno del terrazzino, la possibilità che qualcuno mi vedesse dai palazzi attorno. Rimanevano le incognite più grandi: capire se davvero quella fosse la finestra del bagno e se era lì che tenevano ciò che cercavo. Era a quel punto che avrei dovuto sollevare una delle due gambe e scavalcare, scivolare lungo le tegole e poi gettarmi di là. Eppure non mi ero mosso.

Quattro rotoli, ormai ogni defecazione doveva essere ponderata con estrema cura; ogni seduta doveva essere definitiva. Finire, pulirsi per bene, tirare lo sciacquone, lavarsi le mani per venti secondi, asciugarle, andare giù, prendere il caffè, lavarsi i denti, e poi magari ritrovarsi con un nuovo stimolo, semplicemente non era sostenibile. In più, bisognava usare entrambi i lati di ogni foglio, con attenzione. La parsimonia era tutto. Mi ricordo un video di Mia Farrow in cui usare più volte un singolo foglio di carta igienica veniva elogiato come uno dei modi per salvare le foreste. Ero felice di fare del bene all’ambiente.

Il caldo era insopportabile. La mascherina mi si era ormai appiccicata alla bocca, il mio stesso fiato continuava ad appannare gli occhiali, il sudore colava lento e inesorabile lungo le tempie. Stavo battendo una zona nuova, pedalando a un buon ritmo. Le strade erano semideserte. Avevo già visitato tre alimentari, senza fortuna. Nella zona ne rimanevano ancora quattro. Ho consultato la piccola mappa. Uno era proprio girato l’angolo. La fila non era molto lunga. Il mondo era sempre più appannato. Mi sono messo in fila. Ho aspettato. Un negoziante è uscito sventolando le mani in aria: “If you are here to buy loo paper, we ran out of it days ago”.

La finestra era sempre aperta, nel tentativo di far circolare l’aria. Dentro non si sentivano rumori. Non potevano esserci dubbi: doveva essere il bagno. L’architettura inglese è molto precisa sui dettagli, specialmente sulle finestre. Non poteva mentire o ingannare. Non poteva nascondere un salotto o una camera dei bambini dietro quella forma strana. Le scorte di carta igienica dovevano essere lì, accanto al wc, o magari in uno degli sportelli sotto il lavandino. Se avessi preso qualche rotolo non se ne sarebbero neanche accorti. Era un mio diritto. Non potevo continuare a trangugiare tè e inondare ogni piatto di limone, mentre loro praticamente nuotavano in una vasca di rotoli morbidissimi. Mentre continuavano a sprecarla senza ritegno, magari usando un solo lato di ogni foglio.

Due rotoli, la situazione era ormai drammatica. Il secondo cappuccino della mattinata aveva ulteriormente ridotto la mia scorta. Al telegiornale dicevano che presto ne saremmo usciti, il governo aveva tutto sotto controllo. Ma lo avevano detto anche il giorno prima. E quello prima di quello. E la settimana precedente e quella prima ancora. Quella notte avrei agito. Avrei preso quello che mi spettava.

Il numero dei contagiati aumentava ogni giorno del 13%. Al telegiornale avevano rivelato che il picco sarebbe arrivato entro i prossimi dieci giorni. Ma il loro calcolo non avrebbe funzionato, naturalmente. Anche se, in realtà, non credo che i calcoli li facciano quelli del telegiornale. C’era qualcun alto che li faceva per loro. Di certo, da qualche parte i numeri avevano smesso di tornare.

Il penultimo rotolo era quasi finito. Mi erano rimaste solo due zone da coprire, nell’area entro cui potevo spostarmi in bici senza essere multato. Se non avessi avuto fortuna, non mi restava che scavalcare la balaustra, lanciarmi oltre il vetro, arrampicarmi sul cornicione, intrufolarmi nel bagno dei vicini e prendere tutta la carta che potevo. Non lo facevo certo per mia volontà. È che non avevo più scelta.

Il numero dei morti era ormai costante. Il che poteva essere un buon segno, ma non lo era perché il valore rimaneva troppo alto. Quando riuscivo distrarmi dal fatto che di lì a poco sarei finito a pulirmi il culo con gli asciugamani, pensavo alla perfetta imperfezione di quei numeri: a quei 173, poi diventati 4576 e poi 7598 e poi 13659. Alla loro imprevedibilità.
Tutto stava in quel loro essere così spigolosi e mai rotondi, sempre assolutamente casuali. Ci mettevano in crisi perché sfuggivano all’approssimazione. Ci ricordavano che ci sono ancora cose che non puoi far quadrare a piacimento. Che non si è mai visto un 1 così esatto da contenere tutta la vita di un uomo.

Quel giorno stavo quasi per saltare. Ero ormai lì con le gambe a cavalcioni. Mi ha fermato un pensiero improvviso: se lasciavano la finestra aperta significava che la scorta di rotoli si trovava da un’altra parte. Non l’avrebbero certo lasciata così, alla mercé del primo pazzo lì intorno. L’avevano senz’altro portata in cantina o in un qualche ripostiglio. Oppure l’avevano esaurita, come me e come tutti gli altri.
In quel momento, con una gamba penzoloni e il sole a picco, la luce che rimbalzava negli occhi, con la maglietta sporca e le mani stanche, ho sperato che magari, a breve, avrebbero rifornito i negozi, tirandoci tutti fuori da quell’impiccio. Che sarebbero arrivati fiumi di carta igienica, per tutti. Che saremmo tornati a mangiare tranquillamente, senza sensi di colpa, senza preoccuparci di come espellere la sostanza solida. E magari anche a toccarci, a lavarci le mani di fretta, a non sorriderci solo con gli occhi, a fare cin cin forte facendo vibrare i bicchieri, a non videochiamarci convulsivamente, a desiderarlo un po’ di tempo per stare da soli.
Ero ancora così, a cavalcioni, quando mi ha colto un brivido fortissimo, dietro la nuca. Ma non faceva freddo e io non avevo ancora, credo, nessuna paura.

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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