Note a margine. Un omaggio ad Ezio Bosso

È proprio un periodo di merda, possiamo dirlo apertamente. Ormai è acclarato anche dai più sfrenati ottimisti e speranzosi. In mezzo a questo tempo sospeso come in una bolla, dilaniato dalla bagarre politica e dalle concretissime vicissitudini della vita di tutti i giorni, in mezzo a questo caos distanziato ed a questo tripudio di ce la faremo, è andato via, come un ospite garbato in una festa troppo chiassosa, Ezio Bosso.
Non possiamo congedare però così una mente di tale spessore. Non con un post su facebook o con una inutile faccina in un commento. Siamo seri.
L’appiattimento emotivo dei social ed i tempi fluidi della contemporaneità non credo possano permettersi di fare breccia sulle nostre menti anche in questo caso.
Dopo un lungo e profondo respiro – intervallato da irascibili e schizofreniche proteste – sono pertanto giunto al punto supremo del nirvana e mi sono detto: “Riavvolgi il nastro, richiama i pensieri ed iniziamo a parlare di musica”.

È così che mi sono ricordato anzitutto che studiando Mozart durante la tesi di laurea ho imparato una cosa: l’uomo e l’artista sono due cose diverse. Mi sbagliavo.
Ma non è l’unica cosa che io – forse come tanti – ho appreso da persone come Ezio. Mi spiego.
Capita infatti che un ragazzo torinese, scapestrato ma attento, cresca fra le note di Beethoven, tra band di giovani musicisti ska, suonando il basso e sognando di studiare musica al Conservatorio. Capita magari che questo ci riesca – che ce la faccia – ed inizi a studiare direzione d’orchestra a Vienna, dirigendo in tutta Europa sino a diventare direttore di un teatro lirico nazionale. Un talento, non c’è dubbio. Un grande professionista con una carriera ambiziosa.

Quella appena descritta potrebbe essere la breve biografia di Ezio Bosso senza Ezio Bosso e non perché ometta questa o quella vicenda personale ma perché l’Ezio Bosso di cui parlo faceva suonare lo spirito delle persone, prima che gli strumenti, e non soltanto con la bacchetta in mano ma con tutto sé stesso addosso. Ascoltando parlare quel pazzo sorridente in tv mi viene da pensare allora che nella mente di ciascuno di noi entrasse molto più delle parole che uscivano dalla bocca di quell’uomo. Probabilmente certe dimensioni “altre” sono per noi – poveri imbecilli – la prova massima di quanto siamo funzionali solo alla nostra esistenza ed al nostro appagamento. Sentitevi delle merde come me, è normale.

Di certo Ezio Bosso non parlava di note e di accordi ma di ogni persona che poteva ascoltarlo, senza accademismi ed hashtag, riusciva a far passare un semplice messaggio di coesistenza ed armonia meglio di una due giorni di conferenze alle Nazioni Unite. La sensibilità di ciascuno – evidentemente – è misura di sé stessa.
Sensibilità come etica e come estetica. Questo incarnava il Maestro Ezio Bosso ogni giorno. Un orizzonte lontano milioni di anni luce da qualunque posizione pacifista, girotondina, animista e filantropica. Un uomo ed un artista, compenetrati in un corpo esile, ma ardentemente vivo oltre ogni possibilità.

Quanta parte di una sua metafora riusciamo a cogliere? Di quale tessuto mentale necessitiamo per farci accompagnare fino al senso di un suo esempio? Come spiegare il darsi di una persona così dalla vita all’arte e viceversa? Ed ancora, qual è questa malattia che invece di vessarti ti tempra sempre di più, anno dopo anno, lasciando noi con il dubbio di essere i malati?

Questo momento sarebbe arrivato, lo sapevamo. Era uno spartito che conoscevamo tutti, riga per riga.
Il dubbio di meritare un tale uomo rimane, per noi superstiti a cui tocca scrivere soltanto queste note a margine.

 

Foto di copertina di Mattia Balsamini/Luz Photo

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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