E salvaci dai videoparty, ovvero un sogno diurno fatto in Canada

Entrare al supermercato
quasi come entrare in guerra

(da una poesia iniziata e non terminata)

La cassa fai-da-te mi indica un totale di centoventi dollari e qualche spicciolo. Premo “Pay”. Centoventi dollari non è male, considerato che tornerò qui a fare la spesa tra non meno di una settimana. Afferro le mie tre buste verdi e mi avvio all’uscita.

Superate le porte scorrevoli, nel parcheggio enorme che dà su Dupont St. mi investono l’aria tersa, chiarissima e il cielo blu reale, talmente enorme al di sopra delle costruzioni basse che temo possa cadere giù da un momento all’altro. Al semaforo pedonale scatta il rosso, compare la mano stilizzata fatta di led, devo aspettare. Due automobilisti chiusi nelle loro scatole di metallo sigillate a prova di bomba, in attesa del via in quel breve momento di eccitazione subito prima del verde, mi scrutano: avrò mica qualcosa in faccia? Ho le mani sudate, come quando si indossano a lungo guanti di lattice.

Per tornare a casa a piedi, faccio un giro utilmente arzigogolato, anche se le buste cominciano a pesare, passando per traverse su traverse. Ho voglia di vedere. Christie St., Yarmouth Road, Clinton St., Barton Av., Manning Av., breve incursione su Bloor St. W quasi del tutto sgombra, e infine arrivare a Euclid Av. In ordine sparso, mi si presentano agli occhi: poche giovani donne che fanno jogging (qui in Canada si mantengono toniche oltre ogni misura, per la maggior parte), due o tre con cani minuscoli al guinzaglio, un paio di ragazzi dinoccolati, una casa con i muri esterni ricoperti interamente da pupazzetti. Come faccio spesso, approfittando della scarsità di tendaggi, mi concedo sguardi lanciati agli interni: dentro le case i mobili sono tutti al loro posto e mi viene in mente il titolo di un romanzo, La sicurezza degli oggetti. Dentro quelle case ci sono televisori enormi, tavolini, credenze, ci sono divani e sedie, librerie affollate di paperback. Sembra che tutti siano scappati lasciando ogni cosa in perfetto ordine. Non sono dentro casa, però non sono neanche fuori. Una donna di mezza età è intenta alla macchina per cucire, dietro un finestrone.

Gli ultimi metri per arrivare alla porta di casa sono come le battute finali di una maratona. Un ultimo sforzo e sono dentro. La vera sfida inizia adesso. Tantissimi si ostinano, da alcune settimane, a parlarmi di questa Morte Rossa che sembra esserci in giro, ma io non so di cosa parlino. Dovrei informarmi. Ciò nonostante, subisco senza posa le loro comunicazioni bulimiche, pur non comprendendo i riferimenti che operano. Mi giungono messaggi da ogni mezzo possibile, assordanti. Mi parlano tutti di un neologismo che ha cominciato a circolare, isolamento, ma non capisco davvero cosa voglia dire. Subisco talmente tanto questa indiscriminata invasione che, per evitare di soccombere, ho di necessità cominciato ad esercitare una particolare voluttà classificatoria. A questo proposito, ho potuto rilevare, allo stato attuale, almeno tre grandi categorie umane: il Numerologo, l’Edonista, il Disperato.

Il Numerologo è impegnato senza soluzione di continuità nel notificare i conteggi più minuti. Ogni ventiquattro ore, implacabile. Scaglia i suoi numeri a tre o quattro cifre come dardi, rimanendo voglioso e tremante in attesa dell’effetto. Il Numerologo conta, e dà conto, delle singole lacrime sugli schermi e non ne ha mai abbastanza; compulsando infoiato i bollettini, per meglio antologizzare i dolori, avverte la costante sensazione di essere il protagonista di un grande evento che, a quanto pare, sta solo dentro la sua testa.

L’Edonista dal canto suo non si contiene mai, pubblica contributi fotografici sui social network senza freno, e tratta i propri soggetti culinari con l’allegro feticismo del collezionista e la cura preoccupatissima della madre che ha appena sgravato. Fuma molto, e parla del fumo, e fotografa il cielo. Mangia e fuma; prende il sole un poco e poi riprende a mangiare, documentandosi mentre ingolla, sempre con impareggiabile dovizia di particolari.

Il Disperato: inganna il tempo producendosi in un’unica attività: un’interminata e insostenibile lagna. Le sue doglianze investono violentissime, come in alto così in basso. Oggetti della lamentazione perpetua da moglie e figli al meteo allo smart working, dai politici ai trend dell’economia mondiale, dalla lobby del farmaco agli apicoltori. Il Disperato ritiene che siano tutti disperati quasi quanto lui.

Se sto davvero sognando, qualcuno mi svegli, per favore. In fondo, l’enorme orologio appeso alla parete dichiara che sono solo le undici di mattina. Cosa può andare storto alle undici di mattina?

Dr Vero

Avanti, muovi l'alluce...

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