Vincenzo Agnetti, alias il signor Struttura

Ordinariamente estremo e maledettamente veritiero. Vincenzo Agnetti è tutto questo ma non solo. Chi si imbatte in una delle sue opere sa infatti che dovrà fare i conti con un secchio d’acqua gelida. Lo schiaffo mentale della verità più calcolata e rarefatta. Nella recente mostra Agnetti – A cent’anni da adesso, presso Palazzo Reale a Milano, la ricerca metodica ed iperstrutturale del maestro va finalmente in scena come nel più meticoloso dei laboratori di indagine. È certamente una delle più nutrite e curate personali dell’artista meneghino, che celebra anche i 50 anni dalla prima esposizione avvenuta a Ferrara nel 1967.

A differenza dello sfortunato Piero Manzoni, compianto amico morto non ancora trentenne, Agnetti ha invece indagato il campo dell’arte per oltre un ventennio, interrogando le stesse forme alla base della propria estetica per ricavare particolari “assiomi”, come amava definirli. Rivelazioni cioè che si manifestano in opere dalle dimensioni fisiche contenute ma dai rimandi mentali estremamente più ampi, cercando fedelmente di mappare le proprie logiche mentali con la metafisica e coi paradossi. L’intento, puntualmente raggiunto, è però sempre stato quello di fondere i contrari per creare impertinenze semantiche e relazioni terze fra gli elementi. Merce rara in Italia, ai tempi – cattelaniani – d’oggi.

L’immersione di questo artista concettuale nelle iperboli è infatti lampante, anche nei toni cinici e distopici assunti da alcuni dei lavori più famosi, come La Macchina drogata (1968), in cui il linguaggio verbale minimo diventa numero e il numero pura struttura. Svuotare tutto diventa il modo per tracciare le unità di un discorso che si sforza imperterrito di non seguire alcuna regola di tipo linguistico, numerico, sociale o politico. La critica si erge netta, così, stagliandosi infine verso una contestazione programmatica onniveggente, chiara, illuminante e, probabilmente, quasi abbagliante per l’epoca. La creazione materica di Agnetti – è bene chiarirlo – fissa efficacemente la regola dell’opera mentre la incarna al tempo stesso, rendendola evidente solo dopo aver smascherato il paradosso che la nasconde e la nutre, come nel caso de Il libro dimenticato a memoria (1970).

Le sottilissime verità che alla fine balzano alla nostra consapevolezza, non sono affatto modi di vedere la realtà, filtri o proiezioni distorte. Vincenzo Agnetti ci ha regalato di fatto la possibilità concreta di salire su altissime torri da cui guardare sotto, posizionando tutto quasi con matematica inevitabilità. Non si riesce a scappare – neanche volendo – da quelle opere che mettono a nudo chi le osserva, nemmeno quando parliamo di un autoritratto su feltro fatto di poche parole: Quando mi vidi non c’ero (1968-1971). Il maestro, morto prematuramente nel 1981 per un’emorragia cerebrale, ci lascia, oltre a diverse centinaia di opere, la sua testimonianza sempre viva di speleologo della verità, di analista linguistico ma soprattutto di vero padre dell’arte concettuale in Italia.

Franz Leary Oz

"Turn off your mind, relax and float downstream. It is not dying, it is not dying"

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