Voldemort, Trump e la festa prematura per la democrazia

Il primo libro della saga di Harry Potter inizia con zio Vernon che esce per andare al lavoro, in una tranquilla e banale giornata estiva. Trova le strade piene di gente bizzarra che celebra e festeggia un non meglio specificato qualcosa; un evento di cui non si ha notizia. Solo in seguito (qualche pagina dopo nel tempo della storia, ma anni dopo nel tempo del romanzo) apprenderemo che la notte prima Voldemort era stato sconfitto e che la comunità dei maghi si era liberata della più grande minaccia della sua storia recente.

A quelle pagine ho pensato nella notte di sabato 7 novembre 2020, mentre andavano in onda le scene di festa e delirio per le strade di Philadelphia, New York, Portland, Savannah, San Francisco. Mentre Biden e Kamala Harris parlavano a una folla di macchine della loro nuova America. L’idea che un incubo fosse finito. Che ci si volgesse finalmente a un futuro di pace e tranquillità.
Dopo le lacrime vere versate durante la notte del 3, quando l’Ohio era capitolato sotto l’assalto delle truppe di Mordor (altra storia lo so bene, ma insomma), anche a me sembrava un sollievo insperato e struggente.

Però in Harry Potter apprendiamo anche che il cattivo morto non è morto davvero. È diventato, un’ombra, un fantasma, un soffio di vento, ma esiste ancora. Il nemico c’è e usa il corpo degli altri, le vecchie memorie, la paura dei servitori, per tornare.

Ma forse è meglio abbandonare la metafora libresca per evitare indesiderate iperboli. Tra le cose lette e sentite in questi giorni – tra le pagine dei giornali, i meme sui social, le chat di whatsapp, le tavole rotonde organizzate dalle riviste, i podcasts – aleggia sempre una certa indecisione tra l’esuberante gioia per l’aver chiuso un capitolo buio e la consapevolezza di non averlo poi chiuso del tutto. Ma qual è l’elemento discriminante in questa controversa diatriba? Beh, nientepopodimenoche i principi della democrazia stessa.

E quindi, i commensali che siedono con il bicchiere mezzo pieno al tavolo del ventunesimo secolo, vedono nella sconfitta di Trump una possibile riabilitazione dei metodi e delle forme della democrazia che – grazia all’effetto cascata che il soft power americano esercita – si ripercuoterà sul resto del pianeta; i convitati con il bicchiere mezzo vuoto invece non possono non notare che la questione è di gran lunga più complessa e che Trump non è mai stato la causa di alcunché ma semmai l’effetto, e che non basta un’elezione a riportare indietro le lancette.

In realtà, come i calici dei nostri banchettanti mostrano, la democrazia è ultimamente un concetto sempre più sfuggente e difficile da addomesticare. Un po’ come il gatto di Schrödinger è viva e morta allo stesso tempo. Trump avrà anche ucciso la democrazia, ma lo ha pur sempre fatto dopo aver vinto delle elezioni democratiche. E anche se al secondo giro ha perso (discorso sui folletti malvagi che in piena notte hanno colorato tutti gli stati rossi di blu a parte) rimane comunque il presidente che ha preso più voti in una singola elezione, dopo il suo sfidante Joe Biden.

In questo discorso dunque molto dipende spesso dalla posizione di chi osserva. Il gatto potrebbe essere vivo, o forse morto, solo che in pochi hanno l’ardire di aprire la scatola e dare una piccola scossa al felino.

Io non mi permetto certo di sostenere di averla aperta quella scatola. Solo che ogni tanto una auscultatina ho provato a darla. Non vi rivelerò lo stato di salute del gatto (perché il mio parere conta poco), però mi sento di menzionare alcune cose, che reputo fondamentali quando si parla dello stato attuale della democrazia e che non hanno (o non dovrebbero avere) colore politico. In particolare, tre dei problemi (non sono tutti, ma sono a mio parere i più importanti) che riguardano la questione.

1) Come nota Anne Applebaum in un libro di pochi mesi fa, Twilight of Democracy, esiste una corrente di movimenti di estrema destra che attraverso un mix di teorie cospirazioniste, retorica nazionalista e identitaria, pratiche di disinformazione e programmi populisti, sta erodendo la fiducia nei processi democratici in favore di leader forte e carismatici, da un lato; e sta cooptando la rabbia e la frustrazione di ampie fasce della popolazione indirizzandole verso tematiche di esclusione, rifiuto e avversione contro ‘i diversi’, dall’altro. Come ha fatto notare più volte il mio amico Andrea Mammone, questa politica della violenza e dell’autoritarismo somiglia molto più al fascismo vecchio stile che non al populismo post-ideologico (termine anche questo molto, troppo, viscido per essere utilizzato con accuratezza).

2) In una recente indagine svolta per conto del Centre for the Future of Democracy (e poi confluita in un recente articolo, Youth and Satisfaction with Democracy), lo studioso Roberto Foa ha evidenziato come in quelli che definiamo ‘millennials’ – ovvero i 20/30enni di oggi – sia presente una progressiva sfiducia nel fatto che la democrazia (intesa in senso ampio e quindi come “partecipazione a pubbliche elezioni”) sia lo strumento giusto per rispondere i problemi che incontrano giornalmente. L’intero sistema sembra loro impegnato più a proteggere i diritti e i privilegi acquisiti dai padri e nonni, che non a garantire giuste opportunità per loro. Convertire intere generazioni in seguaci in costante surmenage, piuttosto che in cittadini consapevoli, è quello che numerosi gruppi politici tentano di fare da anni ormai (per noi italiani gli esempi superano le dita delle mani).

3) In un saggio epocale del 2003, oggi sempre più citato e rispolverato, il politologo inglese Colin Crouch ribadiva che viviamo nell’epoca della post-democrazia; un’epoca in cui i politici sono ancora eletti attraverso libere e legittime elezioni, ma in cui i processi legislativi sono poi fortemente condizionati e manipolati da lobby, multinazionali e potentati, situati ben al di fuori dei meccanismi di voto. Questo ci trasforma – per usare le parole di Zygmunt Bauman – tutti in cittadini de jure (cioè in linea teorica) ma non de facto (cioè realmente tali). L’esito è che sempre più persone si sentono esautorate del loro potere decisionale e costrette a partecipare a un balletto futile e privo di alcun valore.

Questi sono alcuni degli aspetti da tenere in considerazione, ma affatto superficiali. Queste cose c’erano prima dell’elezione di Trump e rimarranno anche dopo che sarà stato definitivamente “licenziato”. Cantare vittoria e pensare di girare pagina troppo presto è un errore che, a nessun livello, ci si può permettere. In primo luogo, perché non bisogna commettere lo stesso imbarazzante sbaglio dei fautori della Brexit – dimenticare che, anche se il “Si” ha vinto, comunque mezzo paese aveva gridato “No”. In secondo luogo, pensare a Trump come al piromane che ha incendiato il mondo sarebbe non solo scorretto, ma vorrebbe anche dire investirlo di un’importanza che non ha. Il fuoco era lì da molto prima; The Donald, da bravo vigliacco opportunista quale è, si è semplicemente limitato a soffiarci sopra, noncurante dei rischi.

Dal primo discorso che Biden ha tenuto da “president elected” sembrerebbe che il primo messaggio sia stato recepito. Bisogna adesso capire quanto il nuovo governo americano sia intenzionato a lavorare sul secondo, spegnendo gli incendi che la globalizzazione incontrollata e l’ipercapitalismo finanziario hanno creato e che si chiamano inuguaglianza, calo della rappresentanza, mancanza di opportunità e disastro sanitario-ecologico.

Godiamoci dunque la festa per un altro po’, andiamo in strada a brindare con mantelli e cappelli sgargianti, ma poi torniamo ai nostri posti. Perché Voldemort è un’ombra, ma non è morto. E chi non è morto, poi ritorna.

Copyright immagine di copertina: Brian Frank/Reuters and Warner Bros
Copyright immagine nel testo: 6 dollar shirts

Zap Threepwood

Pirata girovago e irrequieto, attualmente approdato nei regni d'oltremanica. Poeta acrobatico, scrittore sagace, sognatore incurabile e abile spadaccino, convinto che le ciurme temano più la penna che la sciabola. Appassionato di letteratura angloamericana e di politica, cercherà di convincervi che c'è profonda sintonia tra le due cose. Non di rado i suoi compagni d'equipaggio lo trovano seduto in disparte, in un angolo, intento a bere un buono scotch, ascoltando musica rock o vedendo un film d'annata. In genere è un furfante gentile e galantuomo, ma è meglio non tirare troppo la corda.

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